A cosa serve davvero la libertà di stampa?

By Redazione

gennaio 1, 2012 Esteri

Pubblichiamo la traduzione, a cura di Irene Selbmann, di un articolo scritto da Rebecca J. Rosen per la rivista “The Atlantic”. La versione originale dell’articolo è stata pubblicata lo scorso 13 dicembre sul sito del mensile statunitense.

La scorsa settimana un giudice federale ha stabilito che Crystal Cox, una blogger del Montana, doveva 2,5 milioni di dollari ad un avvocato dell’Oregon e alla sua società, l’Obsidian Finance Group. Il giudice ha stabilito che Cox, in quanto blogger non dipendente da alcuna azienda di comunicazione, non poteva avvalersi della legge scudo dello stato dell’Oregon che protegge i giornalisti in azioni legali di questo genere.

Nella sua decisione il giudice Marco Hernandez è andato fuori dal seminato dicendo che Cox non può essere considerata giornalista (decidendo più tardi che la cosa non aveva importanza): “Per prima cosa, sebbene l’imputata si dichiari ‘blogger di inchiesta’ e si auto-definisca ‘media’, dagli atti non risulta che sia legata a quotidiani, riviste, periodici, libri, opuscoli, agenzie stampa, agenzie telegrafiche, notiziari o specifici sindacati, emittenti o network o sistemi di tv via cavo. Non può quindi avvalersi della protezione della legge…”.

Interpretandolo come un attacco, il villaggio globale gli si è rivoltato contro: i blogger non meritano forse la stessa protezione dei giornalisti? Molti sostengono che il mezzo attraverso cui pubblichi non dovrebbe rappresentare una discriminante per avvalersi della legge scudo di uno stato (in circa 39 stati più District of Columbia è ancora così). Ma questa posizione è la risposta ad una domanda sbagliata, perché non si sta chiedendo alle persone giuste come fare a proteggere il flusso libero delle informazioni – e come equilibrare quel flusso libero con altri valori, come il diritto di difendersi in tribunale – in un momento in cui chiunque ha la possibilità di pubblicare online.

Il problema viene spesso configurato (in modo sbagliato) così: i blogger devono essere considerati giornalisti? Lo speciale della ‘Room for Debate’ del New York Times, ad esempio, si intitola: “Tutti i blogger sono giornalisti?”. La descrizione del forum online riporta la seguente domanda: “Come dovrebbero fare i giudici a decidere chi è protetto e chi no?”. Kelli L. Sager, un’avvocato del Primo Emendamento che partecipa al dibattito, scrive: “Dal momento che la maggior parte delle leggi sono state scritte quando internet ancora non esisteva – spiega – si riferiscono spesso ai media allora esistenti – quotidiani, riviste e simili – o semplicemente ai ‘giornalisti’, senza definire chi questi siano”. Il punto centrale è sempre la ‘definizione di giornalista’ – chi è, chi è, chi è. La questione della protezione parte sempre dal fatto di capire chi sia la persona che sta facendo giornalismo. Questa persona è un giornalista?

L’idea che la libertà di stampa riguarda la protezione dei giornalisti è anacronistica, qualcosa che abbiamo appiccicato addosso ad un’idea più vecchia ancora. Quando Thomas Jefferson scrisse della libertà di stampa, la figura del giornalista professionista, per come noi la intendiamo oggi, non esisteva. Le sue idee erano motivate dal retaggio dei concetti di licenza e censura. Nel XVII secolo i censori regolavano la stampa in modo così meticoloso che soltanto gli editori autorizzati potevano lavorare, e potevano pubblicare solo quei libri che erano stati esplicitamente approvati dalla regina. Per Jefferson, la protezione verso un particolare e privilegiato business avrebbe avuto il saporaccio di quel meccanismo di licenza che egli stesso stava tentando di evitare.

La Corte Suprema ha sempre dimostrato avversione nel privilegiare una classe di reporter con diritti che i comuni cittadini non hanno: in “New York Times contro Sullivan” (1964), il precedente legale decisivo sulla diffamazione a mezzo stampa, venne applicata verso i quattro pastori denunciati esattamente quello che venne applicato ai documenti agli atti. Il giudice Justice Brennan scrisse: “Analoghe considerazioni sono a sostegno del privilegio del governo di poter criticare i cittadini. È tanto suo dovere criticare quanto lo è amministrare”. In “Branzburg contro Hayes” (1974), l’unica volta in cui la Corte Suprema ha considerato il concetto di legge scudo, la Corte si rifiutò di crearne una.

L’era dei media istituzionali adesso sembra un fuoco di paglia, un’aberrazione della modalità più normale del citizen publishing. Non è qualcosa che dovremmo cercare di proteggere in modo artificiale, con delle leggi. Se lo facciamo, finiamo per cercare di definire principi che ci aiutano solo a tracciare linee di confine tra i giornalisti e chiunque altro. Quindi, che cosa fanno di preciso? Ci chiediamo. Hanno delle fonti? Hanno taccuini? Questa persona sembra un giornalista?

Queste domande sono buoni alibi per chi intende chiedere: queste informazioni ci sono utili come cittadini? Ci aiutano a capire il governo o ci aiutano ad aggiustare ciò che non va? Sono la qualità e il contenuto dell’informazione che risultano rilevanti ai fini della libertà di stampa, non le persone che quell’informazione la diffondono. Il ‘chi’ funziona 9 volte su 10, ma per il bene di quella decima volta dovremmo provare a porci la domanda più importante di tutte, e cioè ‘cosa’ è l’informazione.

Ecco perché, alla notizia del caso Cox, il primo istinto di tanta gente è stato di correre in sua difesa, come scrive David Carr. Ma niente è come sembra. Sul New York Times di oggi, David Carr descrive come lui – come molti altri scrittori – ha iniziato a riconsiderare la sua posizione iniziale.

“Mi sono messo a lavorare su un blog post, con un sentimento quasi filiale, colpito dal fatto che ancora una volta l’uomo aveva calpestato la verità e la libertà di espressione. Ma dopo qualche ricerca ho iniziato a pensare che quello che veniva descritto come un esempio di ricco uomo d’affari che usa il potere della corte per mettere a tacere le critiche era in effetti qualcosa di diverso: il caso di una blogger che usa il web in miriadi di modi per screditare qualcuno che non se lo immaginava neanche. Stabilire se fosse o meno una giornalista agli occhi della legge si è dimostrato un MacGuffin, un dettaglio che mancava il punto centrale. Lei non ha semplicemente riportato storie; ha usato il blogging, l’inventiva e l’ottimizzazione dei motori di ricerca per creare una realtà alternativa. I giornalisti che inizialmente l’hanno difesa hanno cominciato a tirarsi indietro quando hanno realizzato che non c’entrava nulla con la loro attività”.

Man mano che venivano fuori tutti i dettagli, i giornalisti hanno tirato un sospiro di sollievo. Non è una giornalista, è solo una pazza di WordPress! Non abbiamo bisogno di proteggerla. Ma la ragione per la quale non abbiamo bisogno di proteggerla non risiede nel fatto che non è una giornalista. È perché, come spiega Carr, la sua era cattiva informazione. “Niente è mai stato dimostrato”, dice. Se lei avesse effettivamente smascherato dei misfatti  il giudice non l’avesse protetta, dovremmo sentirci indignati. Ma non è questo il caso.

I giornalisti che lavorano per le grandi istituzioni continueranno ad avere una protezione migliore, non a causa delle leggi che li proteggono ma a causa del potere legale che le loro società possono comprare. Per tutti gli altri, non ci resta che sperare che i non-giornalisti non siano per legge lasciati fuori dalle protezioni che vorrebbe il Primo Emendamento.

[Traduzione a cura di Irene Selbmann]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *