Climategate: il ritorno [quarta parte]

By Redazione

dicembre 31, 2011 Esteri

Pubblichiamo oggi la quarta (e ultima) parte della traduzione, a cura di Irene Selbmann, dell’inchiesta sul “Climategate 2” scritta da Steven F. Hayward per il Weekly Standard. La versione originale dell’articolo è stata pubblicata lo scorso 12 dicembre sul settimanale statunitense.

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(…) Altri problemi del modellamento climatico sono più sottili e meno comprensibili dalle email. In particolare, c’è molta più discussione sulla pressione politica volta ad orientare i modelli climatici in modo da isolare ed enfatizzare l’effetto della sola anidride carbonica, anche se vi sono altri importanti gas serra e altri fattori  molto rilevanti per capire a fondo il cambiamento climatico. L’anidride carbonica venne enfatizzata perché è la variabile che coloro che prendono le decisioi hanno messo al centro della loro missione a senso unico con l’obbiettivo di sopprimere i carburanti fossili escludendo altre strategie d’azione, come la geo ingegneria, che potrebbe essere considerata se ci fosse un drastico cambiamento climatico. Di quando in quando, Jones e i suoi compatrioti si lamentano di questa poca libertà d’azione ma vanno comunque avanti. Ma è un altro caso di scienza orientata dalla politica, e non di politica orientata dalla scienza, cosa che invece ci viene costantemente assicurata dall’IPCC.

Questi sono solo alcuni dei molto problemi con i modelli climatici dai quali dipendono tutte le previsioni di catastrofi inevitabili. Ci vorranno mesi per un attento esame e farne una cernita, ma ci sono abbastanza prove che sostengono già la conclusione che l’establishment della scienza del clima ha ampiamente esagerato quello che sa. Uno degli aspetti più strani di tutte queste email è quanto si preoccupino dei dettagli statistici dei modelli climatici, e quanto poco lavoro sembra esserci sulla fisica atmosferica di base. L’effetto degli spostamenti al sole sono stati largamente ignorati nei modelli climatici e nei report dell’IPCC, nonostante una notevole produzione di articoli scientifici – la maggior parte dei quali passati per la peer review – che sostengono l’importanza sostanziale dei fattori solari. Come per molte parti della scienza del clima, le basi empiriche dei fattori solati sono controverse e incomplete.

Ad esempio, una email del 2003 di Micheal Mann del Penn Institute scarta senza mezzi termini una variazione della storia che riguarda il sole: “Sono più convinto che mai che non ci sia neanche un elemento scientificamente sostenibile [in questa storia] -le statistiche, le presunte ricostruzione del clima e le stime del ‘Flusso dei Raggi Cosmici’ sono quasi completamente privi di legittimazione alla base”. Eppure la base per l’idea che scarta è stata largamente rivalutata qualche mese fa in un importante studio del CERN, il laboratorio europeo dietro il progetto dell’LHC (grande collisore di adroni), che ha scoperto il ruolo significativo del flusso di raggi cosmici nella formazione delle nuvole. La necessità di ortodossia nella scienza del clima venne subito a galla quando Rolf-Dieter Heuer, direttore del CERN, disse ad un giornale tedesco, “Ho chiesto ai colleghi di presentare chiaramente i risultati, non di interpretarli. Questo andrebbe a finire direttamente dentro l’arena politica del dibattito sul cambiamento climatico. Bisogna chiarire che le radiazioni cosmiche sono soltanto uno di molti parametri”.

Mentre tutte le nuove email vengono esaminate a fondo, senza dubbio Jones e la cerchia del CRU saranno in grado di replicare che sono stati male interpretati e in molti casi infangati ingiustamente. Ma tra il loro comportamento rozzo, i tentativi di nascondere i dati e bloccare le richieste del FOIA e la messa all’angolo dei dissidenti, la comunità della scienza del clima ha rinunciato alla sua credibilità e ha gravemente e ampiamente danneggiato la ricerca scientifica.

Vale la pena ricordare una delle uscite più spiacevoli nella saga del cambiamento climatico, che risale al 1989 da Stephen Schneider, ambientalista di Stanford (che salta fuori in molte delle email i entrambi i Climategate):

“Da una parte, come scienziati siamo eticamente vincolati al metodo scientifico, promettendo effettivamente di dire la verità, tutta la verità e nient’altro – il che vuol dire che dobbiamo includere tutti i dubbi, i rischi, i ‘se’ e i ‘ma’. Ma dall’altra, non siamo solo scienziati ma anche esseri umani. E come la maggior parte delle persone, vorremmo fare del mondo un posto migliore, cosa che in questo contesti si traduce nel nostro lavorare per ridurre il rischio di cambiamenti climatici potenzialmente disastrosi. Per fare questo, abbiamo bisogno di un abbiamo bisogno di basi solide per catturare l’immaginazione del pubblico. Il che significa, naturalmente, avere il supporto della copertura mediatica. Così dobbiamo rappresentare scenari paurosi, drammatizzare e semplificare le nostre affermazioni, e metterci dietro le spalle eventuali dubbi che abbiamo. Ognuno di noi deve decidere il giusto equilibrio tra l’essere efficaci e l’essere onesti. Spero che questo voglia dire essere entrambe le cose”.

Schneider si lamentava giustamente che i suoi critici omettevano le ultime righe della sua affermazione – “Spero che questo voglia dire essere entrambe le cose” – ma la lezione della saga del Climategate è che gli scienziati, quando diventano sostenitori di una posizione o quando si permettono di unirsi ad una campagna in sostegno di una cosa o di un’altra, danneggiano la scienza e anche i policy-makers. Finiscono per non essere né efficaci né onesti. Una delle rivelazioni più significative delle nuove email è che molti scienziati sembrano averlo compreso. Tommy Wils, ricercatore climatico britannico all’Università di Swansea, scrisse in un messaggio del 2007 indirizzato ad una lunga lista di destinatari: “Politici come Al Gore si stanno approfittando della paura del riscaldamento globale per arrivare al potere (quando loro stessi sono responsabili dell’emissione di enormi quantità di CO2)”. Riguardo a Michael Grubb, un noto attivista del clima nel Regno Unito (una figura nota nei circoli dei ricercatori del clima negli Stati Uniti) scrisse nel 2000: “Grubb è bravo a fare colpo sulla gente ignorante…Eileen Claussen [l’allora capo del Pew Climate Center] pensa che sia un cretino…Fondamentalmente è un ‘verde’; adatta la scienza a rispondere alla sua agenda ideologica”. Qualche scienziato del clima tra i più in vista ha mai detto questo pubblicamente? O ha mai chiamato le organizzazioni ambientaliste per rimproverarle delle loro incuranti distorsioni sul cambiamento climatico? Se gli scienziati del clima fossero stati più onesti sui loro dubbi e più disponibili a disciplinare i loro alleati, forse non starebbero vivendo l’agonia di vedere i propri panni sporchi lavati pubblicamente.

Se Climategate II non andrà bene al box office, non sarà perché numerose controprove hanno assolto il CRU da una debole accusa di frode nel Climategate I, ma perché l’intero show è diventato di una noia mortale. L’ultimo summit sul clima delle Nazioni Unite che si è aperto la scorsa settimana a Durban, in Sudafrica, si sta sforzando di tenere viva l’attenzione della diplomazia. C’è ancora un dettaglio stuzzicante che fino ad ora è passato inosservato nei vari commenti. Secondo FOIA, il nome usato online dall’hacker che si è intrufolato nei sistemi ed ha permesso la pubblicazione di queste email, ci sono altre 220.000 email in circolazione, bloccate a causa di password super criptate che FOIA timidamente minaccia o promette di pubblicare in futuro. Restate con noi per Climategate III.

[Traduzione a cura di Irene Selbmann]

(4/ Fine)

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(*) Steven F. Hayward è il socio del F.K. Weyerhaeuser presso l’American Enterprise Institute e autore di Almanac of Environmental Trends.

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