Climategate: il ritorno [terza parte]

By Redazione

dicembre 30, 2011 Esteri

Pubblichiamo oggi la terza parte (su quattro) della traduzione, a cura di Irene Selbmann, dell’inchiesta sul “Climategate 2” scritta da Steven F. Hayward per il Weekly Standard. La versione originale dell’articolo è stata pubblicata lo scorso 12 dicembre sul settimanale statunitense.

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(…) Nessun contesto può in alcun modo esonerare la banda del CRU dalla responsabilità di alcune espressioni e stratagemmi incriminanti che compaiono ripetutamente nelle nuove email. Ancor più de fascicolo del 2009, queste email rendono molto evidente la stretta collaborazione tra i maggiori scienziati dell’IPCC e i gruppi di attivisti per l’ambiente, le agenzie governative e giornalisti di parte. Ci sono frequenti esempi di come gli scienziati siano in combutta con gli ideologi del clima. Se ci fossero anche solo un numero esiguo di messaggi con questo contenuto, potrebbero essere spiegati con la scusa del contesto o come modi di esprimersi. Ma sono così numerosi che non c’è bisogno di una laurea per individuare queste ricorrenze e per capire che queste email costituiscono non soltanto una ‘pistola fumante’ per l’imparzialità scientifica, ma un cannone in eruzione. In tutte le email numerosi partecipanti fanno riferimento alla ‘causa’ o alla ‘nostra causa’, e ad altri termini non scientifici e molto connotati per descrivere le implicazioni dell’una o l’altra disputa, sempre demonizzando quegli scienziati che esprimono anche sono un parziale dissenso sul tema, come Judith Curry del Georgia Tech.

Sin dall’inizio della storia del cambiamento climatico 20 anni fa, è stato difficile determinare se l’IPCC rappresenta la scienza ‘migliore’ o semplicemente le scoperte più compatibili con un’agenda sul clima guidata da ragioni politiche. Entrambi i blocchi di email hanno messo sotto i riflettori i retroscena del processo, e non è un bello spettacolo.

Un buon esempio di come politica e scienza lavorino a a braccetto per controllare da vicino i risultati viene dal marzo 2009, quando gli autori dell’IPCC stavano lavorando su un ‘generatore climatico’ che speravano producesse scenari di cambiamenti climatici a seconda delle diverse aree geografiche, in modo da promuovere misure di adattamento privilegiate (dighe, controllo degli allagamenti, misure per affrontare la siccità). Questo è un aspetto minore ma estremamente controverso del modellamento del clima, nel quale i sia i politici sia le lobby potrebbero davvero chiedere agli scienziati di fare l’impossibile (il World Wildlife Fund era particolarmente ansioso di veder fatto questo lavoro). Ma dentro ci sono i soldi per la ricerca, così gli scienziati sono ben felici di obbedire. Kathryn Humphrey, consigliere scientifico nel Regno Uniti per la DEFRA (Department of Environment, Forestry, and Rural Affairs – l’equivalente del Ministero dell’Ambiente) scrisse preoccupata un messaggio a Phil Jones e diversi altri scienziati coinvolti nel progetto, criticando il ristretto gruppo di lavoro dietro lo schema del generatore climatico, affermando che “i ministri hanno anche chiesto di questo, quindi dovremmo presentarci da loro con qualche ulteriore suggerimento”. Jones prova a rassicurare Humphrey dicendo che ha il gruppo di lavoro sotto controllo: “Come ho detto in molte occasioni, se il GL [gruppo li lavoro] non c’è, tutte le persone che ne hanno bisogno [del generatore di clima] andranno la loro strada. Questo significa che singoli settori e singoli studi porteranno ad una gamma di risultati differenti. E questo creerà un’incertezza ancora maggiore!” Qui Jones non sta certo dimostrando l’esistenza di un consenso ma si sta invece riferendo ai numerosi tentativi di studi scientifici indipendenti volti a ‘ridimensionare’ i modelli climatici per predire l’impatto a livello locale, e al fatto che i risultati di questi singoli sforzi sono stati disordinati. Di qui il bisogno di un’autorità che riesca a marginalizzare le incertezze e i risultati contraddittori. Però questa si chiama politica, non scienza.

Humphrey rispose: “So che questo è estremamente frustrante per te e capisco benissimo la tua situazione. Questa è una reazione politica, non basata su alcuna analisi scientifica sul generatore climatico. Abbiamo fatto una peer review per occuparcene.Posso lasciarti immaginare l’ENORME interesse politico nel progetto come un messaggio che il governo vuole dare sul cambiamento climatico, per poter portare avanti la loro storia al riguardo. Vogliono che la storia sia molto fortee non vogliono che sembri stupida”.(corsivo mio). Anche volendo essere il più buoni possibile riguardo a questo scambio di messaggi – e cioè ammettendo che Humphrey pensasse davvero che le critiche sul generatore climatico mancassero di solide basi scientifiche – altri messaggi nelle email dimostrano chiaramente che molti scienziati capiscono che i loro modelli non centrano il punto, nonostante Jones tenti di rassicurarli.

In una email del 2008 di Jagadish Shukla della George Madison University e dell’Institute of Global Environment and Society ad un folto gruppo di scienziati dell’IPCC, Shukla punta il dito dritto al problema: “Vorrei far notare che gli attuali modelli climatici contengono errori così grandi nella simulazione delle statistiche dei [climi] regionali che non siamo pronti a fornire ai decisionisti solide e robuste basi scientifiche per giustificare una ‘azione’ su scala regionale… E’ concepibile che i policy-makers sarebbero disponibili a prendere decisioni da bilioni e trilioni di dollari per l’adattamento ai cambiamenti climatici regionali previsti basandosi su modelli che neanche descrivono e tanto meno simulano i processi che sono alla base della variabilità climatica”. Nonostante questo e altri messaggi d’allerta da parte degli scienziati, Jones, DEFRA e l’IPCC andarono comunque avanti con il generatore climatico.

[Traduzione a cura di Irene Selbmann]

(3/ Continua)

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