Tecnofarnesina e pensioni

By Redazione

dicembre 29, 2011 politica

Più pensione per tutti, dunque. Pare che i diplomatici andranno in pensione a sessantacinque anni: i più informati dicono che sia stato il presidente Napolitano in persona a bocciare le ambizioni della lobby delle feluche recalcitranti al pensionamento. Il cortese ma fermo rifiuto, il ministro Terzi, che, forte della sua posizione, aveva rappresentato l’istanza dei suoi anziani colleghi ambasciatori, sembra se lo sia sentito formulare direttamente dalla labbra della più alta carica dello Stato.

Qui la domanda sorge spontanea: ma l’ambasciatore Terzi, divenuto ministro degli Affari esteri, è ancora in carriera? Certo che se non si fosse dimesso dai ruoli e se perorasse, tra le altre, anche la sua permanenza tra le feluche mentre è in attività, dopo e grazie all’esperienza di governo, sarebbe quanto meno poco elegante.

Ma l’eleganza non è una qualità che attiene ai tecnici. Ai diplomatici sì. Ai tecnici, si sa, oggi giorno tutto è permesso, perfino le leggi ad personam. Quindi le vetuste ma potenti feluche ci hanno messo una pietra sopra? Macché. Presto, si sussurra tra una portata e l’altra al ristorante del circolo del ministero, gli indomiti vegliardi si riuniranno per individuare nuove e più efficaci strategie e quindi ritornare all’attacco. Vien da dire: bon appetit. Nel frattempo il ministro Terzi sta iniziando ad affrontare per davvero le beghe dell’ordinaria difficoltà dell’essere un tecnico prestato alla politica.

Ogni giorno ce n’è una: pirati somali, armatori ingestibili, rilasci, riscatti smentiti e ancora sequestri e parenti degli equipaggi inviperiti, e poi importantissimi contratti petroliferi da siglare con libici politicamente indecodificabili. Tra una scorribanda dell’indomito presidente dell’Eni e l’altra, naturalmente. Una giostra nella quale non è mai dato sapere quando inizierà l’ultimo giro che annuncia un po’ di riposo. E il fiato si fa corto, al meno quello dei suoi collaboratori. Senza pensare che il ministro ha ora il compito gigantesco, tutto politico, di non perdere i pezzi del suo dicastero già disarticolato dal disegno, affatto tecnico e molto ideologico, del governo Monti.

La partita sta nel non perdere la Cooperazione allo Sviluppo, affidata per questo ultimo scampolo di legislatura al loquace e potente catto-ministro, pur senza portafogli, Andrea Riccardi. Non è cosa da nulla: per la legge del 1987,  la delega spetta di fatto al ministro degli Affari esteri, che presiede o delega un suo sottosegretario a dirigere il Comitato direzionale, organo di controllo, di programmazione  e di delibera.

Non è dato di capire come Riccardi possa appropriarsi della Cooperazione se non attraverso una modifica della Legge. E normalmente cambiare una legge mediamente dura una legislatura intera. Mah. Chissà che avranno in mente il presidente delle Repubblica e il presiedente del Consiglio? Per ora è un derby quasi agiografico: Terzi di Sant’Agata contro Riccardi di Sant’Egidio. Risultato incerto, si consiglia una X.

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