Silenzio, parla Berlusmonti

By Redazione

dicembre 29, 2011 politica

La conferenza stampa di fine anno del premier Mario Monti non può aver deluso chi, non curandosi del clima di grande attesa alimentato dai giornali, si aspettava una lezione professorale piuttosto che impegni concreti. Così è stato. Lalectio magistralisha preso fin dalle prime battute il sopravvento sulla conferenza stampa, con i soliti momenti soporiferi e le preoccupanti amnesie su quel documento che non si trova (“dov’è quella cosa della Fornero?”). Recessivi erano persino l’abito grigio scelto da Monti e la scenografia marrone alle sue spalle, che nei primi piani ricordava lo sfondo di un ascensore (“A che piano scende?” – “Al meno uno, grazie”).

Giornali e commentatori vari dovrebbero avere l’onestà intellettuale di ammetterlo: al netto della sobrietà accademica e dei tonibritish, è stata una conferenza stampa molto berlusconiana. Se il Cavaliere si affidava all’iperbole, il professore fa largo uso diunderstatementper dare sfogo ad un sarcasmo forse non colto pienamente ma davvero acido nei confronti dei giornalisti. Ha difeso con una supponenza ai limiti del disprezzo il proprio operato; si è arrampicato sugli spread per sostenere che il suo ingresso a Palazzo Chigi ha tranquillizzato i mercati; ha ripetuto noiosamente le cose fatte ed elencato genericamente i temi ancora da affrontare; ha recriminato che «nei fondamentali della nostra economia non c’è nulla che giustifichi uno spread così alto» e che «l’Europa e il mondo hanno pregiudizi sbagliati verso di noi»; ha accusato i giornalisti di inventarsi le cose e lamentato di essere incompreso dai suoi perfidi colleghi economisti, ma meno male che almeno i cittadini comprendono ciò che il governo sta facendo. Insomma, un Berlusconi in loden.

Ma il momento più berlusconiano – che probabilmente giornali e tv ignoreranno – è quando Monti ha citato esplicitamente Berlusconi, in particolare il passaggio conclusivo della conferenza stampa di fine anno dell’anno scorso, quando disse che serviva «un bagno di ottimismo, perché nella crisi il fattore psicologico è importantissimo», e invitò quindi i giornali «a non riportare solo le cose negative». Monti si è associato alle parole dell’ex premier proprio su uno degli aspetti più criticati della sua comunicazione. Berlusconi veniva accusato di voler occultare la realtà, negare la crisi, mettere il bavaglio ai giornali, prendere in giro i cittadini, ma ecco che anche Monti sottolinea l’importanza del «fattore psicologico» per uscire dalla crisi e invita la stampa ad un «moderato ottimismo» e a non farsi megafono di disfattismo con un eccesso di notizie negative. Ed esattamente come il suo predecessore alla fine del 2010, Monti ha negato che nel prossimo anno sarà necessaria un’altra manovra correttiva. Quel genere di «moderato ottimismo» che finora non ci ha portato molta fortuna.

Non sono mancate le contraddizioni tra le pieghe del suo argomentare. Per esempio, ha spiegato che la differenza di spread tra Italia e Spagna, e il principale motivo di esposizione del nostro Paese sui mercati, è dovuto allo stock di debito pubblico, il 120% rispetto al Pil, piuttosto che ad altri parametri macroeconomici su cui siamo messi meglio degli altri, ma poco dopo che la priorità è agire sui flussi di cassa, facendo intendere che l’abbattimento dello stock di debito verrà preso in esame, semmai, in un secondo momento.

La fase 2, che ha definito “Crescitalia”, sarà focalizzata sulle liberalizzazioni e sulla riforma del mercato del lavoro, ma anche sulle infrastrutture e la ricerca. Monti si è autocensurato invece sul tema del fisco, in realtà centrale per la ripresa economica. E quando ha cercato di tranquillizzare i cittadini preoccupati per l’elevata pressione fiscale confidando che «il nostro sforzo è di rendere più omogenea la preoccupazione effettiva», in molti devono aver sentito un brivido correre lungo la schiena: “Ok, panico”.

È comprensibile che Monti appaia piuttosto reticente e non voglia anticipare nel concreto le misure in via di elaborazione, restando sul generico quando parla di liberalizzazioni e mercato del lavoro. Teme di pestare i piedi e di suscitare conflitti con le parti sociali e le corporazioni, come accaduto nei giorni scorsi sull’art. 18, prim’ancora di chiamarle al tavolo della concertazione. Purtroppo però è proprio evitando di chiamare le cose con il loro nome, e cercando di evitare a tutti i costi il conflitto, che rischia di farsi impantanare come ogni governo.

 

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