I Tre Porcellini

By Redazione

dicembre 29, 2011 politica

“E’ una grave illusione fare scelte contro il sindacato, perchè significa andare contro chi rappresenta quelli che tirano la carretta in questo Paese”. Lo ha detto il leader della Uil Luigi Angeletti il giorno della vigilia di Natale, quando i massimi vertici della “trimurti” (Cgil, Cisl e Uil più l’Ugl) si sono dati appuntamento davanti Montecitorio per avvertire il governo Monti che nessuna riforma o riassetto del welfare all’italiana si può fare senza il loro assenso.

Nell’affermazione di Angeletti per i più logica e naturale, si sublimano al contrario i due peggiori vizi odierni dei sindacati confederali italiani: arroganza e presunzione.  A dire il vero, coperte un po’ scamuffe che mal celano un unico grande virus: l’autoreferenzialità. 

Dei due vizi poi, la pretesa di rappresentare per diritto sacro i lavoratori italiani, nelle ore concitate che hanno diviso la nascita del “governo dei professori” dal varo della manovra, ha ispirato più volte gli interventi dei leader confederali. Se ci sono da fare delle riforme, non si può farlo senza coinvolgere i lavoratori che “hanno i loro legittimi rappresentanti”, ha ribadito stizzito il segretario della Cisl Raffaele Bonanni dopo un incontro con Monti. Parole che, oggi, vengono spazzate via dai dati sugli aderenti alle tre sigle confederali: come riporta Stefano Liviadotti nel suo “L’altra casta”, nel 2006 il 49,16% degli iscritti a Cgil, Cisl e Uil erano pensionati. Dunque se il totale della base associativa è di 11 milioni 731mila (sempre in base ai dati da loro dichiarati nel 2006), i lavoratori in attività a cui faceva riferimento Angeletti sono meno di 5 milioni di italiani.

È bene ricordare che, secondo l’Istat, all’epoca il numero degli occupati in Italia era di 22 milioni e 988mila lavoratori (nel 2011 è di circa 23 milioni di persone). Il fatto che il trio abbia tanto strillato sull’adeguamento e il riassetto del sistema pensionistico, voluto dal ministro Fornero, è giustificato proprio dall’altissimo numero di pensionati iscritti a Cgil, Cisl e Uil.

Se non circolano dati più recenti circa la loro base associativa è anche perché la trasparenza non è proprio la prima preoccupazione leader: a tutt’oggi non esiste una legge che obblighi i sindacati, confederali e non, a rendere pubblici i bilanci, dove ogni anno figurano voci patrimoniali in attivo per centinaia di immobili. Tuttavia i dati dicono che, a meno di straordinarie campagne di adesione negli ultimi cinque anni (di cui nessuno ha però dato notizia), Cgil, Cisl e Uil parlano a nome di un quarto dei lavoratori attualmente in attività.

Inoltre, a poche ore dalla stesura dei provvedimenti per la crescita, e soprattutto per rendere adeguato il sistema degli ammortizzatori sociali, chi governa un Paese in cui il 40% dei disoccupati ha meno di 30 anni è bene che tenga a mente quanti giovani rappresentano i sindacati italiani: secondo i calcoli dell’economista Tito Boeri, gli iscritti alle tre sigle hanno un’età media di 44 anni.

Inoltre, secondo un rapporto interno alla Cgil del 2008, gli iscritti all’organizzazione di corso Italia fra i 17 e i 24 anni sono solo il 22,9%. Chissà se aiuta poi ricordare che il 23,5% degli iscritti dei tre sindacati confederali è fatto da dipendenti pubblici e che, come ha sottolineato un ex sindacalista come Giuliano Cazzola, sommando il comparto degli statali (quasi un quarto del totale) a quello dei pensionati, i lavoratori delle amministrazioni pubbliche, centrali e locali, dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni, il 70% degli iscritti alla Cgil è a libro paga del settore pubblico.

Ora: in questi anni i sindacati confederali hanno sempre rispedito al mittente le accuse di scarsa rappresentatività e di autoreferenzialità citando l’art.39 della Costituzione: un riconoscimento che dà loro grande legittimazione, ed è un formidabile argomento a difesa (gelosa) del proprio ruolo nei processi di decision-making in fatto di politiche sociali e non solo. A chi però ha meno di 30 anni, è cresciuto con questo mercato del lavoro, precarizzato e duro ma terribilmente reale, viene da suggerire al governo, il seguente buon proposito per il 2012: dato che le aziende in Italia sono piene zeppe di stagisti o lavoratori parasubordinati, con contratti come i co.co.co o co.co.pro, spesso con alti tassi di istruzione eppure trattati come polli in batteria senza alcuna tutela, pensateci bene prima di accogliere gli ultimatum di tre o quattro signori che si definiscono “legittimi rappresentanti dei lavoratori italiani”. Perché l’impressione (forte) è che in Italia, oggi, chi ha meno di 30 anni i “tre porcellini”, come li definì un sarcastico Massimo D’Alema presidente del Consiglio nel ’99, se li ricordi solo nei servizi dei telegiornali. O al massimo quando era piccolo, sui libri delle favole.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *