Climategate: il ritorno [seconda parte]

By Redazione

dicembre 29, 2011 Esteri

Pubblichiamo oggi la seconda parte (su quattro) della traduzione, a cura di Irene Selbmann, dell’inchiesta sul “Climategate 2” scritta da Steven F. Hayward per il Weekly Standard. La versione originale dell’articolo è stata pubblicata lo scorso 12 dicembre sul settimanale statunitense.Clicca qui per leggere la prima parte dell’articolo tradotto in italiano.

(…) Questo scambio tra Thorne e Jones, insieme ad altre discussioni simili nei nuovi dati a disposizione, riguarda ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere inserito in un capitolo del quarto rapporto di valutazione dell’IPCC del 2007 – un capitolo per il quale Jones era il principale autore e coordinatore insieme ad un’altra figura chiave del Climategate, Kevin Trenberth. Il capitolo completo (se a casa state tenendo il conto, è il capitolo 3 del Gruppo di Lavoro I, “Osservazioni: cambiamento climatico superficiale e dell’atmosfera”) conta 10 autori di punta e 66 contributi, oltre a Jones e Trenberth. Una delle email di Jones del 2004 quanto sia esplicitamente politico il processo di costruzione del report del IPCC: “Abbiamo autori di punta molto diversi nel nostro capitolo. Abbiamo scelto un certo numero di persone dai paesi in via di sviluppo, così l’IPCC può vantare una buon rappresentanza geografica. Questo ci ha reso il compito più difficile poiché nel momento in cui stiamo lavorando, per gli autori dei contributi abbiamo un 50% di gente che sa scrivere valutazioni in modo decente e un 50% che probabilmente non lo sa fare”.

L’ultimo capitolo venne modificato secondo linee suggerite da Thorne, ma rimasero escluse diverse altre obiezioni e osservazioni contrarie (ad una in particolare di Roger Pielke Jr. che riguardava gli eventi climatici estremi, fu resa giustizia). E riferimenti al contesto evitano una domanda: questa scienza da comitato è davvero un modo ragionevole per determinare questioni scientifiche controverse che hanno immense implicazioni per l’opinion pubblica? Forse un processo politicizzato e semi caotico con l’IPCC è inevitabile per argomenti così ampi e complessi come il cambiamento climatico. Il futuro gli storici della scienza potranno confrontarsi su questo punto. Ma alla alta posta in gioco deve corrispondere il massimo dell’apertura e della trasparenza nel dibattito. Il processo dell’IPCC, invece, dà spazio soltanto ai censori e agli arbitri che controllano cosa va inserito e cosa no, ed è in questa azione di controllo che il CRU ha di fatto stracciato la sua credibilità e affidabilità.

Una cosa che emerge dalle nuove email è che mentre un gran numero di scienziati sta lavorando su nodi dettagliati e circoscritti legati alle questioni ambientali (il motivo che spiega le dozzine di autori per ogni capitolo del report dell’IPCC), la cerchia di scienziati che controlla ciò che entra nei report dell’IPCC e nei report nazionali sul clima che gli Stati Uniti e altri governi producono di quando in quando, è piuttosto piccola e parziale, legata ai risultati di queste valutazioni periodiche. Il modo in cui il processo funziona in pratica getta un’ombra su uno degli argomenti preferiti delle campagne per il clima, e cioè che c’è tra migliaia di scienziati vi sia un netto consenso riguardo al futuro catastrofico del riscaldamento globale. Questo cosiddetto consenso riflette esclusivamente i punti di vista di un piccolo gruppo di censori.

A parte ulteriori brutte notizie per il grafico hockey stick, c’è qualcosa di nuovo in queste email riguardo gli aspetti scientifici della questione? Ci vorrà del tempo per capirlo ma ho il sospetto che chiunque abbia la pazienza di leggersi tutti i 5.300 messaggi e confrontarli con i risultati pubblicati potrebbe scoprire nuovi scottanti aspetti su come si creano modelli climatici e su quanto ancora deboli siano questi modelli su punti cruciali (come il cloud behavior). Alcune delle nuove email sinceramente riconoscono questi problemi. Ci sono annose discussioni su come interpolare spazi vuoti nei dati, come armonizzare diversi sistemi di dati e come risolvere le frequenti e spesso inconvenienti (perché contraddittorie) anomalie nei risultati dei modelli. Evidenti esempi di influenza politica sono emersi da una prima lettura di un campione dei dati a disposizione.

Nel processo di editing prima del terzo rapporto di valutazione dell’IPCC del 2001, Timothy Carter del Finnish Environmental Institute scrisse nel 2000 queste osservazioni agli autori di tre capitoli: “Sembra che la parola di qualcuno valga più di quella degli altri, e non importa quanto prima si sia discusso. Le decisioni vengono prese all’ultimo minuto da un ristretto numero di persone”. In questo caso le decisioni ai più alti livelli su cifre e conclusioni dovevano comparire nel breve ‘riassunto per i policy makers’ – solitamente la sola parte del report in più volumi dell’IPCC che i media e i politici leggono – richiedevano che ci fossero dei cambiamenti in cosa compariva nei singoli capitoli. In pratica, sono le conclusioni a cui devi arrivare che determinano le scoperte, e non il contrario. Di questo si sono lamentati frequentemente gli scienziati che hanno partecipato al processo IPCC sin dall’inizio e le nuove email dimostrano che persino gli scienziati che fanno parte di quel famoso ‘consenso’ riconoscono il problema. Commenti come quello di Jonathan Overpeck, che nel 2004 scrive su come riassumere moltissimi dati in mezza pagina, rafforzano l’impressione che sia la politica a guidare il processo: “Il trucco potrebbe essere decidere che tipo di messaggio si vuole comunicare e utilizzarlo come linea guida per capire cosa includere e cosa no”.

[Traduzione a cura di Irene Selbmann]

(2/ Continua)

Clicca qui per leggere la prima parte dell’articolo

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