Newt, il ritorno del figliol prodigo

By Redazione

dicembre 27, 2011 Esteri

Tutto ciò che si dava per scontato sulla corsa alle presidenziali del 2012 si è rivelato sbagliato. Newt è in testa, Cain ha chiuso, Romney accusa i colpi. Nessuno sa cosa succederà. Se avete visto i numeri dei sondaggi della passata settimana in Iowa, Florida e South Carolina sapete bene che non stiamo parlando di un ascesa di consensi per Gingrich, ma di un vero e proprio boom. È come se qualcosa che era stato lasciato in disparte, avesse man mano preso forza e fosse esploso tutto in una volta. Lo schieramento dei politici e dei giornalisti di Washington sono stati colti di sorpresa da qualcosa che non solo non era stata prevista, ma neanche avrebbe potuto esserlo. Newt non era stabile nei sondaggi. Veniva costantemente frenato dalla base. Il suo staff se n’era andato in massa quando lui abbandonò la campagna per andare ad una crociata sull’Egeo con la moglie. Ma quello che è successo è una cosa diversa della solita storia che l’establishment non ha capito cosa la base stesse pensando. È proprio la base stessa che non sapeva cosa la base stava pensando.

Tutto ciò che sapeva era che era moderatamente entusiasta di Mitt Romney. I dibattiti sono stati molti, e quest’anno hanno veramente cambiato le carte in tavola, qualsiasi cosa succeda. Sei, sette o otto milioni di persone li hanno seguiti e ne hanno parlato nei giorni successivi, al lavoro o su internet. E dopo aver detto, “Romney se l’è giocata”, e “Perry mi ha un po’ deluso”, sono arrivati ad una conclusione: “Mi è piaciuto molto quello che ha detto Newt quando ha detto che non avrebbero dovuto azzannarsi tra loro e rieleggere Obama”. “Mi è piaciuto quando Newt ha affrontato il moderatore”. Queste cose finivano sempre in fondo alle conversazioni. Perché la base sapeva che Gingrich non poteva vincere, quindi perché sprecare fiato o preziosi giga di connessione?

“E’ incredibilmente fortunato”, dice un suo amico. “Bachmann, Cain e Perry se ne sono andati. Ma lui non se ne è andato”. Il suo amico dice che in parte il motivo della sua ascesa e che “è sempre stato lì. Ha parlato ad ogni cena del GOP. La gente dice, ‘Mi piaceva nell’83! Torna tutto”. Paragona Gingrich alla IBM: “Era più giusto di quanto non pensassimo”. Mitt Romney ovviamente lo sta prendendo sul serio. Ha perso parte della sua calma. Sapevo che pensava di essere nei guai quando nell’ultimo dibattito non guardò i suoi avversari come se fossero adorabili piccoli gerbilli saltellanti.

Anche i più grandi sostenitori di Gingrich iniziano le conversazioni su di lui dicendo: “Credimi, conosco il lato negativo della cosa, capisco le critiche”. Sottolineano i suoi punti forti: esperienza, successo, intelligenza. Ma sono tutti sorpresi dal suo carisma – non sapevano proprio che ne avesse – e sono sorpresi dal suo essere tornato alla ribalta. È la sua testa che li affascina, che li ha sempre affascinati, e sua forza di volontà li sorprende. Hanno anche paura che lui rovini tutto, che si dimostri instabile, impulsivo.

Lui esagera come sempre. Si paragona a Lincoln, Henry Clay e Churchill: “Sono molto simile a Reagan e a Margaret Thatcher”. Ci sono sempre due scelte da fare nella moderna politica trainata dai media: affermare di essere come Lincoln o essere come Lincoln. Dichiara di essere in un certo modo e fallo ripetutamente, così la gente ci penserà nel momento in cui vedrà la tua faccia; oppure semplicemente sii in un certo modo e spera che qualcuno se ne accorga. Gingrich tende a scegliere la prima possibilità. John Gaddis, nella sua biografia di George Kennan, ne cita un’affermazione: “Ho l’abitudine di considerare entrambe le facce di una medaglia, trovarle entrambe sbagliate e poi sopravvalutare me stesso”. Suona tipico di Newt, sebbene uno lo scriva con riluttanza, perché lui potrebbe sentirne parlare e iniziare a dichiarare: “Io sono George Kennan”.

Sembra spesso che stia recitando una parte in un romanzo storico che lui stesso sta scrivendo – Newt il reietto, Newt il visionario. Ha la fissa di risultare interessante, il che spiega il suo linguaggio enfatico – le cose sono sempre decadenti, corrotte, malate, catastroficamente tragiche. Spesso sembra un commentatore politico della tv via cavo, e in effetti lo è stato per una decina d’anni. Loda la sua stessa candidatura invece da agire da candidato. Dice che prima la scelta era tra “Mitt e non-Mitt”, ora è tra “Newt e non-Newt”. È “l’unico che può vincere”. Questa settimana in South Carolina: “Sono il solo candidato che può mettere d’accordo i conservatori sui temi di sicurezza nazionale, economia e sociale”. I candidati dovrebbero lasciare che siano gli altri a dire queste cose. I candidati seri dovrebbero lasciare che siano gli elettori a dire la loro nelle proiezioni di voto. Non dovrebbe fare questi calcoli da cortile. Dovrebbe portare avanti la sua candidatura in modo elegante.

Il suo primo problema? I milioni che ha messo insieme facendo il lobbista (pardon, insegnando storia), l’uomo di Capitol Hill e il membro di una classe politica permanente. Alcune delle sue parcelle arrivano dalle stesse agenzie (tipo Freddie Mac) che per 20 anni sono riuscite a lavorare senza distrazioni grazie all’influenza e alla protezione del Congresso e dei membri di una classe politica permanente. È il grande scandalo del nostro tempo e ha contribuito ad affondare la nostra economia. Lui ne ha fatto parte.

Il secondo è un problema di “bagaglio”. Il suo impatto sugli elettori non è facile da prevedere, in parte perché molti di loro hanno vissuto gli ultimi 40 anni in America.  Probabilmente se Bill Clinton domani si candidasse alla presidenza, vincerebbe alla grande. Eppure si porta dietro un  bagaglio così ingombrante che non entrerebbe in 10 treni merci. I sostenitori di Gingrich credono che non lo danneggerà perché è roba vecchia, ci ha già fatto i conti. Riguardo a questo, Gingrich potrebbe essere aiutato dall’aria di crisi incombente, che potrebbe da sola per giustificare la sua ascesa. La gente sente che i problemi dell’America sono così enormi, così terribili e urgenti, che le opinioni personali sono quasi un lusso: “Può aiutarci a risalire? Prendiamocelo. Obama è un marito devoto ma è un incompetente. Chi se ne importa!”.

L’articolo di Peggy Noonan è stato pubblicato lo scorso 13 dicembre sul Wall Street Journal. La traduzione in italiano è a cura di Irene Selbmann.

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