Milano violenta

By Redazione

dicembre 27, 2011 politica

Dopo due grandi stagioni di indagini antimafia consumatesi a Milano, la prima risalente agli anni ’90 e la seconda apertasi nel 2007 – per arrivare ai nostri giorni con l’operazione Infinito – che hanno portato a centinaia di arresti e processi, e dopo innumerevoli scritti su di essi, c’era bisogno di ritornare a un libro del 1996 in una versione aggiornata e arricchita di nuovi avvenimenti. Stiamo parlando della  riedizione di “Mafia a Milano. 60 anni di affari e delitti” di Melampo Editore, che a distanza di 15 anni, appunto, propone un’altra grande “indagine” sulla ‘ndrangheta in Lombardia che nel frattempo è “evoluta”, cambiando la sua struttura organizzativa.

Con stile giornalistico, grazie a una numerosa raccolta di aneddoti e testimonianze, il libro offre l’occasione per ritornare alla verità dei fatti, per dialogare in “presa diretta” con le voci dei protagonisti e a quei PM che “combattono” contro le cosche calabresi insediatesi al nord. Anch’essi durante i processi giocano un ruolo fondamentale confermando che, nonostante lo si sia negato, la Mafia a Milano esiste davvero. Ma quali sono i fattori che hanno consentito alla ‘ndrangheta di infiltrarsi nel tessuto economico lombardo?E ancora, la questione della connivenza tra mafia e potere politico, tra le cause che contribuiscono ad aggravare un fenomeno di per sé già devastante, può trovare una soluzione in Italia? In questa intervista ne parliamo con Mario Portanova giornalista e scrittore, coautore con Giampiero Rossi e Franco Stefanoni di “Mafia a Milano”  

E’ valsa la pena lavorare a una nuova edizione di “Mafia a Milano”?  Ne è valsa certamente la pena. Innanzitutto negli anni ’90 c’era già abbastanza materiale per scrivere un libro di 300 pagine sulla mafia a Milano e in Lombardia ma risale ai giorni nostri la seconda stagione di operazioni antimafia, con una nuova ondata di arresti in Lombardia, motivo che ha portato alla seconda edizione del libro. Una riedizione necessaria quindi per spiegare, in particolare, come in questi 15 anni la mafia sia cambiata: pur rimanendo salda nelle sue antiche tradizioni, in Lombardia ha un volto in parte nuovo, ciò si riflette anche nei processi contro la ‘ndrangheta che sono molto diversi rispetto al passato.

La riedizione di questo libro servirà a ristabilire la verità dei fatti contro il negazionismo di questi anni?  Credo di sì. Se fino a qualche anno fa parlare di mafia a Milano era un argomento che sorprendeva, oggi è una realtà acquisita, dal momento che esiste tra i cittadini una maggiore consapevolezza del problema. Ciò è stato possibile grazie a “Mafia a Milano” e non solo, grazie a tutti quei libri e a quelle persone che quotidianamente si occupano di questa problematica, spesso andando contro l’atteggiamento di indifferenza e di irresponsabilità della politica, quando molti dei suoi rappresentanti  milanesi, ad esempio, negavano o riducevano drasticamente la portata del fenomeno. Lo stesso ex sindaco Letizia Moratti nel gennaio 2010 e cioè a soli sei mesi di distanza dall'”Operazione Infinito”, affermava che a Milano esisteva la criminalità organizzata, ma non di stampo mafioso. Ebbene questo negazionismo possibile fino a qualche anno fa, oggi non è più credibile.

“Mafia a Milano” venne pubblicato per la prima volta nel 1996 e racconta come molti boss della ‘ndrangheta calabrese fossero integrati molto bene al nord. Che cosa avvenne in quel periodo?  Il primo grande svelamento giudiziario in Lombardia risale agli anni ’90, quando per molti affiliati delle cosche furono confermate le condanne in base all’articolo 416 bis. Questi arresti, che avvengono in seguito alle operazioni antimafia a Buccinasco contro la famiglia Papalia e Sergi, e a Lecco contro la famiglia Coco Trovato, colpivano il grande traffico di droga, svelando un enorme commercio all’ingrosso di eroina e cocaina, non solo, si scoprì pure che già allora la ‘ndrangheta aveva infiltrato diversi settori economici in Lombardia, dai negozi come bar e ristoranti, alle aziende edili e del movimento terra. Inoltre, gli arresti ci rivelano un altro fatto importante – spiegando al tempo stesso uno dei fattori  che ha consentitoalla ‘ndrangheta di infiltrarsi nel tessuto economico lombardo-e cioè il radicamento di queste persone che non erano affatto estranee alle comunità settentrionali nel quale si erano insediate. Al contrario, si tratta di famiglie di ‘ndrangheta ben radicate al nord e che agiscono con gli stessi meccanismi di quelle del sud, compresa la modalità nel commettere decine di omicidi. La ricchezza che accumulano dai traffici di droga viene reinvestita nella cosiddetta economia pulita. E nonostante ciò la società lombarda non li respinge affatto, al contrario, li accoglie a braccia aperte. A tale proposito, ricordiamo che Franco Trovato, tra i più importanti boss ‘ndranghetisti trapiantato al nord e arrestato nel 1992, a Lecco era un imprenditore molto noto e stimato nell’ambiente dei commercianti.

Ma quando esattamente la ‘ndrangheta è arrivata al nord?  Già dai primi anni ’50. Il primo ‘ndranghetista è Giacomo Zagari – di cui il figlio Antonio Zagari, divenne collaboratore di giustizia negli anni ’90 – che dalla Piana di Gioia Tauro si stabilisce con la famiglia nel Varesotto, a Buguggiate nel 1954. E’ lui a fare del nord della Lombardia la culla della ‘ndrangheta locale. I primi insediamenti di Cosa Nostra, invece, risalgono a Joe Adonis che nel 1956 stabilisce la sua residenza in pieno centro a Milano. Sono anni in cui le organizzazioni mafiose non hanno ancora il potere e la penetrazione politica che le caratterizza oggi, dedite come erano soprattutto al contrabbando.

Che cosa è successo negli anni a seguire?  La svolta si ha negli anni ’60 e ’70 con i sequestri di persona. Decine dei quali vengono commessi a Milano e in Lombardia, sia da uomini della ‘ndrangheta e sia di Cosa Nostra, legati ad esempio a Luciano Liggio che verrà arrestato nel 1974 nella sua casa in Via Ripamonti a Milano, dove vive sotto falso nome. Grazie alla stagione dei sequestri i clan di ‘ndrangheta e Cosa Nostra trapiantatisi al Nord, accumulano i primi capitali miliardari che verranno poi reinvestiti con grande profitto nel traffico di droga. Un nuovo “settore” che finirà per sostituirsi interamente ai sequestri, dato che garantisce dei maggiori profitti e in grado di avere un impatto minore dal punto di vista mediatico.

Nel libro ci si sofferma anche sui legami tra mafia, economia e politica che sembrano sempre più palesi…  La connivenza tra mafia e politica è ormai un dato di fatto.E se le ipotesi accusatorie saranno confermate, ad esempio, potremmo considerare Marcello Dell’Utri, a cui Silvio Berlusconi affida l’organizzazione del più grande partito italiano di centro destra “Forza Italia”, come uno dei maggiori “colletti bianchi” che coprirono le organizzazioni mafiose per tutelare e promuovere gli interessi di queste ultime presso la politica e l’economia.

La connivenza tra mafia e potere politico che caratterizza la storia di questo Paese, ha una soluzione?  Non nel breve periodo, dato che le mafie sono talmente radicate in Italia al punto che tendono a replicarsi al di fuori dei territori tradizionali di origine. Attualmente il reato del voto di scambio è punito solo se il politico compra dei voti, in realtà molti magistrati antimafia si battono affinché il politico sia punito nel caso in cui offra qualunque utilità in cambio di voti. Ma il lavoro più grande al fine di combattere efficacemente questo fenomeno, dovrebbe partire soprattutto dai partiti. Se infatti, i vertici del partito controllassero di più quello che succede nel territorio e rinunciassero a candidare coloro i quali hanno rapporti con le organizzazioni mafiose, sarebbe già un ottimo risultato.

La politica istituzionale con il suo silenzio sembra prendere le distanze da questo fenomeno, a tutto discapito della società civile. Che rimedi possiamo contrapporre?  Innanzitutto il cittadino ha il dovere di informarsi, e oggi grazie ai giornali, ai libri, ad alcune inchieste televisive sull’argomento e a Internet, le possibilità sono davvero tante. Inoltre è opportuno organizzarsi in movimenti ad esempio negli ultimi anni sono nate al nord moltissime associazioni come Libera che si battono con coraggio contro le mafie. E infine, sarebbe importante che dagli ordini professionali, ciascuno nel proprio ambito, partissero delle azioni concrete finalizzate a contrastare le infiltrazione mafiose nel proprio territorio.

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