Alfonso Papa: “Le mie prigioni”

By Redazione

dicembre 26, 2011 politica

“Dopo quello che ho vissuto a Poggioreale penso che passerò tutto il resto della mia vita da deputato e uomo politico alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui problemi della giustizia e delle carceri e in questo senso penso che sarò spesso se non sempre a fianco di Marco Pannella di cui condivido questa battaglia per l’amnistia, anche perché in Italia il vero “colpo di spugna” sui reati è la prescrizione”.

Alfonso Papa, deputato del Pdl per cui venne chiesto e ottenuto l’arresto per reati di corruzione sulla parola di un imprenditore pentito, dopo mesi di carcere e arresti domiciliari, proprio alla vigilia di Natale è tornato un uomo libero. Da politico dice di volere ripensare tutte le leggi criminogene come la ex Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull’immigrazione, “che si sono rivelate criminogene ma che alla sicurezza della gente comune hanno portato ben poco”, mentre da magistrato ammette di “volere ripensare i convincimenti di una cultura giuridica che prevedeva il pm e il giudice come promananti da uno stesso ordine giudiziario e  da una stessa carriera..una magnifica utopia che nella prassi si è rivelata impraticabile.” Tutto questo dopo la allucinante vicenda passata nell’inferno di Poggioreale.

Lei ha passato molte settimane a Poggioreale e  in un’intervista a Radio Radicale ha detto che “quando la gente sotto Natale si irrita perché nello shopping viene urtata continuamente da altre persone, dovrebbe fare un pensierino ai carcerati di prigioni come quella in cui lei è stato detenuto dove ci si comincia a intruppare l’un l’altro sin da quando ci si sveglia”. Come si sente un politico, già magistrato, dall’alta parte della barricata?

Il problema non può e non deve essere affrontato in termini demagogici e forse nemmeno politici. Ma squisitamente tecnici. Noi abbiamo un sistema carcerario e  di custodia cautelare che coinvolge il 42% della popolazione carceraria, cioè presunti innocenti, che a causa delle caratteristiche strutturali che ha non può non coinvolgere a una riflessione di responsabilità rispetto al problema del sovraffollamento. Io lì dentro queste cose ho cominciato a viverle sulla mia pelle

L’Europa ci ha condannato perché stipavamo nei camion le pecore e i maiali in spazi troppo esigui, presto potrebbero arrivare delle condanne per tortura rispetto alle condizioni dei detenuti nei penitenziari italiani..

Indubbiamente i parametri medi di spazio per i detenuti italiani sono persino inferiori a quelli che l’Europa vorrebbe che noi rispettassimo per i suini.

Sarebbe tecnicamente possibile da parte di un magistrato di sorveglianza ma anche di uno di quelli che emettono i mandati di cattura su richiesta del pm che prima o poi venga emessa un’ordinanza che non conceda l’emissione di un ordine di custodia cautelare o che non ne autorizzi la continuazione viste le condizioni del carcere a cui il detenuto è destinato?

Già oggi il codice di procedura penale prevede che la custodia cautelare in carcere possa essere autorizzata solo quando non sia possibile o efficace qualsivoglia altra misura cautelare per proteggere le indagini in corso. In questo concetto di “efficacia” non po’ non venire ricompresa la consapevolezza della estrema e probabilmente spaventosa afflittività della condizione detentiva come si viene a maturare oggi in quasi tutte le carceri italiane. Già oggi più che rendere possibile quello che lei diceva lo prevede espressamente, magari in maniera implicita… Ci deve essere una proporzione tra la afflittività della custodia cautelare e lo scopo a cui essa tende, che non può essere una foprma di pressione indebita sull’indagato e neanche una forma di espiazione anticipata della pena.

Esagera Pannella quando parla di “stato criminale” e di “illegalità delle carceri italiane”?

Guardi che se lei legge le sentenze della Corte europea si accorgerà che Pannella è un fotografo della realtà quotidiana.

E parlare di amnistia, oltretutto condizionata alla riparazione del danno ove esista, come chiede Pannella da mesi anche attraverso digiuni di dialogo continui ed estenuanti è un tabù così grave per la politica italiana?

Non per quanto mi riguarda, anzi io affermo che è mia intenzione passare il resto della mia vita da deputato e politica in genere proprio per affrontare questo nodo cruciale per il rilancio della giustizia in Italia. Non è l’amnistia il problema, ma anzi la precondizione per ristrutturare la giustizia penale in questo momento in Italia. Il vero colpo di spugna sui reati si chiama prescrizione.

Da politico del Pdl non ritine di dovere affrontare un percorso di autocritica rispetto a campagne elettorali  demagogiche e urlate, specie in tv, sulle tematiche della sicurezza? E sulle leggi come la Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi Fini sugli extracomunitari?

E’ un percorso che ho già iniziato. Proprio a Poggioreale ho maturato la convinzione che queste tre normative che lei ha elencato di fatto si sono dimostrate leggi criminogene e per nulla efficaci per la sicurezza pubblica

E da magistrato non ha ripensato la propria convinzione rispetto alla separazione delle carriere?

Purtroppo, e sottolineo purtroppo, sì. Io sono nato, cresciuto e ho studiato nella convinzione che il pm e il giudice dovessero provenire dalla stessa cultura giuridica e giurisdizionale. In altre parole non ritenevo che il nostro sistema potesse prevedere l’avvocato dell’accusa. In Italia il pm è obbligato a ricercare la verità processuale e anche le prove favorevoli all’imputato, un unicum nel suo genere in tutto il mondo occidentale. Nei fatti tutto ciò si è rivelato solo un’utopia, a volte pericolosa, quindi sarei ipocrita se non le dicessi che ho ripensato anche questa mia convinzione.

Se uno volesse essere un po’ cinico direbbe che ai politici, forse, una certa dose di “galera” può persino far bene se poi ne escono così forti e rinnovati nello spirito come lei sembra essere. Non mi voglio spingere a tanto, però un’ultima domanda su quello che lei può avere immagazzinato dal raffronto tra l’ambiente del carcere e quello della politica mi permetta di fargliela: dalla sua esperienza lei cosa imparato?

La realtà carceraria è oggi, nella mia esperienza, strutturalmente preordinata in termini afflittivi per l’essere umano. Il paradosso è che chi la subisce, cioè i detenuti che subiscono e sopportano il sovraffollamento e il personale che vi lavora malpagato e che cerca di migliorarla come può, con mezzi scarsissimi, è anche chi la umanizza. Da questo punto di vista una riflessione non secondaria  per la politica, rispetto all’amnistia di cui si parlava prima, è che se in Italia non siamo ancora arrivati all’esplosione sociale e alle rivolte nelle carceri è proprio grazie alla sopportazione cristiana e alla pazienza di chi soffre nel carcere, sia esso detenuto sia esso personale amministrativo, di polizia penitenziaria e quant’altro. La politica? Come la società italiana, che oggi si dimostra del tutto indifferente a queste cose, ha oggi molto se non tutto da imparare dagli esempi che danno in questo momento coloro che la società vuole punire perché hanno commesso reati. In questo momento i reati, anche molto gravi, si stanno consumando proprio ai danni di coloro che la società pretende di punire.

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