Beatificazione all’italiana

By Redazione

dicembre 25, 2011 politica

E’ morto Giorgio Bocca. Viva Giorgio Bocca. E poco importa se “Napoli è una città decomposta da migliaia di anni”. Bocca, infatti, considerava i terroni alla stregua di un Matteo Salvini qualsiasi. Il suo odio, però, non si palesava con il coretto da stadio “senti che puzza scappano anche i cani sono arrivati i napoletani…” inscenato nella cornice dell’abituale festa leghista di Pontida, bensì dalle giuste e rette tribune di “Che tempo che fa?” di Fabio Fazio e delle “Invasioni Barbariche” di Daria Bignardi. A suo tempo votò anche Lega “per la riconoscenza di aver mandato fuori dai piedi Craxi e la Democrazia Cristiana”. Ed ancora, era convinto che nelle strade lombarde, tra Vigevano e Pavia, ci fossero dei ristoranti alle due di notte pieni di mafiosi. Pura e semplice reviviscenza delle teorie lombrosiane. Bocca li riconosceva esclusivamente attraverso l’analisi della fisiognomica. Chissà, i malcapitati avventori di tali trattorie probabilmente indossavano una coppola. O forse dal taschino del loro gessato si intravedeva una lupara, vai a saperlo.

Prima fascista, poi partigiano, arci-italiano borghese della Piemonte dabbene, oltre al viscerale astio anti-meridione, Bocca non ha mancato di regalarci delle altre perle. Le Brigate Rosse, per un periodo, non sono esistite. Non erano compagni che sbagliavano, non esistevano! Poi, quando anche Bocca finalmente capì ne sentenziò la simpatia: “Almeno erano meno antipatiche dei professorini del ’68”.  

Pasolini, invece, in fin dei conti se l’è andata a cercare. Omofobo di derivazione militaresca, perché “gli uomini veri vanno a fare il soldato”, il primitivismo bocchiano, anche in questo caso, si manifestava con tutta la sua forza. Perché i gay, evidente, non sono uomini veri. E non possono essere soldati, ci mancherebbe!

Insomma, oltre alle topiche su Brigate Rosse, l’omofobia di ritorno e le bizzarre teorie sulla morte del più grande intellettuale italiano del ‘900, Bocca si palesava quotidianamente per quello che era: un razzista classista. Ma Giorgio Bocca scriveva su “La Repubblica”. Non si chiamava Umberto Bossi o Roberto Calderoli. Era a pieno titolo parte integrante dell’establishment culturale italiano. Ed allora va beatificato, a prescindere. Non accadrà lo stesso per Bossi e Calderoli, siamo pronti a scommettere.

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