La Rai è cosa nostra

By Redazione

dicembre 23, 2011 politica

Una metasoap, una soap nella soap. E dire che di soap Giovanni Minoli non voleva farne neppure una. Minoli voleva fare il cinema. Il responsabile editoriale di Agrodolce (con un remunerativo passato da super dirigente pubblico, sempre in mamma Rai) alla fine è scivolato sulla saponetta. Tuff.

Il 4 dicembre scorso il braccio destro di Minoli, tale Ruggero Miti, dichiara candidamente al Fatto Quotidiano: “Si sa che quando le produzioni vanno in Sicilia, devi sottostare alle regole legate alle tradizioni dell’isola”. E che tradizioni. Un tale Castagna lo ha contattato, si premura di fornire comparse del posto. Come potete sentire dalle registrazioni su YouTube, il vice-Minoli dichiara alla segreteria telefonica di Luca Josi (Presidente della società di produzione Einstein Multimedia): Castagna è “un personaggio locale di qui, di dubbia provenienza, si accontenta di molto poco…pare che sia tranquillizzante la cosa. Non lo è per le sue tradizioni e per le sue origini”.  Se Castagna offre, devi accettare. Non oserai mica scontentare i conterranei? Luca Josi osa, sì. L’odore di mafia gli basta per osare.
Josi non è uno qualunque. Craxiano dei tempi magri, anche noto come “l’ultimo giapponese” o “Hammamet express” (almeno duecento volte su e giù dalla Tunisia). Nel ’91 Maurizio Costanzo lo definisce “la grande promessa della politica italiana”, ma lui, conclusa la crociata al fianco di Craxi, dal quale non si separa neppure sotto la pioggia delle monetine all’uscita dell’Hotel Raphael, volta pagina e comincia una nuova vita da imprenditore. Il craxismo però è una filosofia di vita, che non ti scrolli di dosso.

“Noi ci abbiamo provato – mi racconta, e dal tono trapela un filo di delusione – volevamo costruire di sana pianta un’industria dell’audiovisivo in Sicilia, nella Silicon Valley della disoccupazione abbiamo portato lavoro per duecento persone sotto i 35 anni”. La Einstein realizza di tasca propria cinquemila metri quadrati di stabilimenti televisivi dispersi nelle colline di Termini Imerese.
I problemi cominciano da subito. La matassa dei fatti è intricata e un video documenta le vicende principali su Youtube. L’impressione che si ha è che, nonostante l’afflato editoriale ameriKano, il già direttore di Rai3, già direttore di Rai Educational, nonché marito di Matilde Bernabei, Gianni Minoli mantenga i piedi ben saldi a Palermo. Il suo vice, il prode alfiere dell’ “appeasement” verso le tradizioni isolane, piazza nella soap entrambi i figli (in qualità di attrice e regista). Dopo il 2008 la Rai incassa finanziamenti dalla Regione Sicilia per gli studios, che la Einstein ha realizzato e che la Rai in precedenza si è rifiutata di sovvenzionare. C’è poi la sfortunata Cammarata, che non ne azzecca una. Come location della soap la Cammarata, fortemente voluta da Minoli, punta sul Castello di Trabia. Peccato che quel castello, come fa notare l’allora presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia, è noto per aver ospitato già Riina e Provenzano prima di essere convertito in discoteca da un principe condannato per mafia. La Einstein versa  centomila euro al principe (su richiesta esplicita del petulante Minoli) per non incrinare i rapporti col territorio. La sfortunata Cammarata ci riprova. Stavolta si innamora dell’Abbazia di Santa Anastasia di Castelbuono. Peccato che quell’abbazia sia l’unica tra le oltre cinquecentottanta aziende vinicole siciliane ad essere assurta agli onori delle cronache mafiose perché di proprietà di due personcine come Salvatore Lo Piccolo e Bernardo Provenzano. Nell’aprile 2011 l’azienda è sottoposta a sequestro dal Tribunale di Palermo.

Ora, che in Sicilia esista la mafia è cosa nota. Che il coraggioso imprenditore determinato a operare in Sicilia possa finire nel mirino della malavita organizzata è cosa parimenti nota. A confermarlo, se servisse, i recenti arresti a Palermo nell’ambito di un’inchiesta sul racket, che coinvolge, ironia della sorte, la produzione della fiction Mediaset “Squadra antimafia”. Che però la principale azienda culturale pubblica, quella pagata coi soldini dei contribuenti (i nostri e i vostri), quella che a fornitori e appaltatori fa solennemente sottoscrivere una sfilza di codicilli etici e antimafia, si renda responsabile di un silenzio così omertoso…beh, questo ce lo saremmo volentieri risparmiato.

Immaginate un po’ che cosa sarebbe successo se un Minzolini qualunque avesse fatto professione di “accondiscendenza” verso certe usanze locali. Lo avrebbero lapidato, pagine di inchiostro fiammante contro il colluso senza vergogna e almeno un’intervista in prima serata a Saviano in collegamento da New York. Invece, se a parlare è il vice-Minoli, nessuno batte ciglio. Mamma Rai è comprensiva coi suoi figliocci.

“Esiste un Cencelli relazionale” – afferma Josi – “non siamo il Paese delle porte chiuse, ma delle porte girevoli, nessuno deve inimicarsi nessuno”. Da “salmone orfano” qual è, lui si è ribellato, e la ribellione questa volta gli costa quasi 11 milioni di euro tra extracosti e fatture non pagate dalla Rai. Una società, la Einstein, sul lastrico. “Fin quando rimarrò cittadino italiano, io non mi rassegnerò alle parole pronunciate dal responsabile produzione di un’azienda, che realizza la Piovra1, la Piovra2, la Piovra 84…Sono disposto a prendere a testate il cavallo di Viale Mazzini”. Josi giura battaglia, quella giudiziaria è già avviata. “Questa vicenda raccoglie come un feuilleton tutti gli archetipi della soap, dal boccaccesco all’omertoso. Una cartina di tornasole per raccontare l’Italia e una Rai che, in questi anni di austerity e tagli lacrime e sangue, butta in mare 25 milioni di euro di contributi pubblici, che andranno perduti. Tafazzi, a rivederlo, è un irrefrenabile ottimista. Una domanda ci sta: perché lo fa?”. Probabilmente un servizio extra, che Minoli, responsabile dell’azienda per il 150° dell’Unità d’Italia, ha voluto offrirci. Uno spaccato illuminante di tutto quello che un’azienda pubblica non dovrebbe fare, ma che un carrozzone di Stato impunemente fa. Chapeau. 

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