Siria, i massacri preventivi di Assad

By Redazione

dicembre 22, 2011 Esteri

Un vero e proprio massacro quello che si sta consumando negli ultimi giorni in Siria. Nonostante la situazione fosse già molto critica, con il bilancio delle vittime in costante crescita, i primi giorni di questa settimana sono stati letteralmente inondati di sangue.

Da lunedì, infatti, il regime di Assad ha intensificato le operazioni militari nella regione nordoccidentale di Jabal Al Zawiyah dove qualche giorno fa era stata annunciata la nascita di un nuovo battaglione della Free Syrian Army (Fsa, l’esercito anti-governativo composto prevalentemente da disertori). Proprio la preoccupazione del regime di perdere il controllo di una zona molto delicata del paese (al confine con la Turchia) avrebbe spinto le forze di sicurezza di Assad ad incrementare le operazioni nella regione inscenando un aspro conflitto a fuoco costato la vita a circa 250 persone.

A confermare l’accaduto è il Syrian Observatory for Human Rights (Sohr) che, per bocca di Rami Abdulrahman, ha fatto sapere che nella sola giornata di martedì le forze di Assad hanno causato 111 vittime tra la popolazione civile (tra cui numerosi bambini) oltre a 100 morti tra gli uomini della Fsa dando vita al “giorno più sanguinoso della rivoluzione siriana”.

Immediate le reazioni dei paesi occidentali. Da Parigi il portavoce del ministro degli Esteri francese, Bernard Valero, ha definito gli eventi “un massacro senza precedenti” aggiungendo che “è urgente che il consiglio di sicurezza dell’Onu rediga una decisa risoluzione che chieda la cessazione immediata della repressione” ad opera del regime.

Una ferma condanna è giunta anche dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che, all’unisono, si sono detti disturbati per la notizia degli omicidi indiscriminati e hanno fatto pressione sulla Siria affinché “ponga fine immediatamente alla brutale violenza contro i civili”. Condanna arrivate mentre il Consiglio Nazionale Siriano (il principale gruppo di opposizione al regime di Assad) chiedeva a gran voce alla comunità internazionale, e in particolar modo alla Lega Araba e alle Nazioni Unite, di agire al più presto per porre fine alla carneficina.

Intanto proprio la Lega Araba, la principale mediatrice della crisi, ha inviato in Siria i propri emissari per programmare l’ispezione prevista dall’accordo siglato tra l’organizzazione e il regime di Assad. Al momento sono già sbarcati i primi trenta osservatori, coordinati dal diplomatico egiziano Samir Sayf al-Yazal e guidati dal generale sudanese Mohammad al-Dabi, che saranno raggiunti entro la fine del mese da altri 120 ispettori. A tal punto inizierà la missione di monitoraggio (della durata di un mese e che potrà essere prolungata con il consenso delle due parti) con il compito di vigilare sull’attuazione del piano pattuito tra la Lega Araba e Damasco per il ritiro dei militari dalle città e il rilascio dei numerosi prigionieri politici del regime entrambi elementi considerati basilari per instaurare un dialogo tra il governo e le opposizioni.

Ed è stata forse la volontà di Assad di stabilire un controllo più deciso sulle regioni a rischio prima dell’arrivo degli ispettori ad aver spinto il regime verso questa violentissima repressione. Con gli osservatori della Lega Araba in casa, infatti, Assad non ha più grossi spazi di manovra e l’attuazione completa del protocollo sponsorizzato dalla Lega Araba rischia di far crollare in un battibaleno l’intero establishment del regime soprattutto se Damasco perderà il controllo delle zone critiche del paese. Con il venir meno della strategia del terrore applicata attraverso la repressione a opera dei militari, infatti, le opposizioni siriane avranno enormi margini di crescita e potrebbero raccogliere il consenso necessario per costringere Assad a cedere il potere o, quantomeno, a garantire una transizione verso elezioni democratiche.

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