Di che colore è il Quirinale?

By Redazione

dicembre 22, 2011 politica

Nel corso della sua lunga carriera politica Giorgio Napolitano non ha mai compiuto strappi o rotture di sorta. Non lo ha fatto da giovane, quando militava nel Pci stalinista e togliattiano. E non lo ha fatto nella maturità quando, durante il lunghissimo periodo del passaggio del guado del proprio partito dal comunismo rivoluzionario alla socialdemocrazia di stampo europeo, ha sempre mantenuto una posizione prudente e misurata caratterizzata dall’assenza di qualsiasi tipo di forzatura.

Giuliano Ferrara sostiene che divenuto anziano, Presidente della Repubblica e giunto  quasi alla fine del proprio mandato, Giorgio Napolitano abbia cambiato improvvisamente stile e  con la formazione del governo di Mario Monti, abbia addirittura compiuto una forzatura costituzionale sospendendo la democrazia e dando vita ad un esecutivo privo della necessaria legittimità democratica.

In realtà, però anche se la polemica del direttore de “Il Foglio” è intellettualmente stimolante, non è esatto sostenere che Napolitano abbia scoperto il piacere ed il fascino delle forzature ed abbia modificato il proprio modo di fare politica fino ad arrivare a compiere uno strappo della Costituzione. E la ragione non è che l’aver nominato in fretta e furia Mario Monti senatore a vita per poi investirlo del ruolo di capo di un governo in cui non figura neppure un solo eletto, rappresenti la normale prassi costituzionale. E’ che la nostra Carta Costituzionale è diventata nel corso del tempo talmente elastica da consentire, a chi sappia navigare con abilità tra le sue pieghe interpretative, di passare tranquillamente dal sistema bipolare rigido al sistema parlamentare proporzionale tradizionale senza compiere strappi di sorta.

Il Presidente della Repubblica, dunque, ha formalmente ragione quando difende la piena legittimità del proprio operato e la formazione del “governo del Presidente”. Ed è solo un esercizio intellettuale (che però è una perla rara in una epoca in cui domina l’assenza di analisi intellettuale ed il pensiero unico degli sciocchi) accusare il Capo dello Stato di “democrazia sospesa” quando, invece, si dovrebbe parlare di riesumazione frettolosa della democrazia parlamentare della Prima Repubblica.

A Napolitano, semmai, va mossa una diversa contestazione. Che è quella di aver scelto, sia pure in maniera formalmente corretta e con il suo tradizionale stile prudente e felpato, di uscire ufficialmente dalla terzietà super partes del ruolo di Presidente della Repubblica e di diventare una della parti in campo. La difesa, per la verità un po’ stizzita, del “governo del Presidente” ha  ridotto il ruolo di Monti a semplice interprete della volontà del Quirinale ed ha trasformato il Quirinale stesso in un soggetto politico che opera, magari con maggiore autorevolezza, ma sullo stesso terreno su cui operano le forze politiche tradizionali.

Il fenomeno può essere interpretato in chiave positiva. La discesa in campo in prima persona di Napolitano in difesa ed a sostegno di Monti assicura al governo quella forza e quella autorevolezza in più che possono risultare decisive nella fase dell’emergenza della lotta alla crisi economica nazionale ed internazionale. Ma non è priva di controindicazioni. Che non sono solo quelle derivanti dalla sensazione che il massimo rappresentante delle istituzioni abbia compiuto una qualche forzatura delle istituzioni stesse. Ma sono soprattutto quelle che nascono dalla constatazione della sostanziale identificazione della Presidenza della Repubblica con la Presidenza del Consiglio. Se Monti riuscirà nell’impresa di realizzare le riforme e traghettare il paese fuori dalla crisi il suo successo sarà quello di Giorgio Napolitano. Ma se Monti fallirà nell’impresa, il fallimento sarà anche e soprattutto del Capo dello Stato. Il ché fa sicuramente parte del gioco. Ma di un gioco molto pericoloso. Quello in cui il paese rischia di trovarsi privo dell’unico punto di riferimento super partes in caso di crisi irrisolta.

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