Il fu presidenzialista

By Redazione

dicembre 21, 2011 politica

C’era una volta Gianfranco Fini, campione del presidenzialismo. Quello che da Almirante ricevette in eredità l’idea-mantra della destra da tradurre nei programmi di Msi e An. C’era una volta, oggi non più perché dopo alcuni mesi di raffreddamento il presidente della Camera ha deciso di ammainare una delle bandiere che più ha sventolato nel corso dell’ascesa al potere. “Siamo certi che oggi sia così avvertita dalla pubblica opinione e dai partiti la necessità di una competizione in cui si sceglie il premier, la coalizione, i partiti?”. Questa la domanda retorica, battuta dall’Ansa e ripresa da pochi altri con cui Fini chiude un capitolo chiave del suo cursus honorum per sacrificarlo all’altare terzopolista.

La coerenza è la virtù degli stupidi e mutare orientamento, si sa, non è reato, anche se la terza carica dello Stato coi cambi di stagione ci ha fatto il callo. Scrive Mattia Feltri sulla Stampa: “non è più fascista, ma non è più nemmeno berlusconiano, non pensa più che Mussolini sia il maggior statista italiano del Novecento, non vuole più impedire ai gay di insegnare a scuola. Anzi, sui temi sociali e bioetici non ha più le idee conservatrici della destra italiana. Da ieri non è più nemmeno per il bipolarismo”.  Per l’ennesima volta l’ex leader di An spariglia le carte e lascia per strada quanti si aggrappavano a lui per la causa del presidenzialismo.

Un cambio di rotta ignorato dall’opinione pubblica ma oggettivamente rumoroso perché, al contrario di altri ripensamenti, intende riscrivere una parte decisiva dell’agenda politica finiana, cancellando la portata ideale di una riforma a lungo auspicata in ogni salsa. Era il lontano 1992 e Gianfranco recitava il suo messaggio elettorale davanti alle telecamere di RaiDue in qualità di segretario dell’Msi. “Vi è un muro da abbattere, è il muro dei partiti, bisogna avviare quelle riforme che possano dar vita alla repubblica degli italiani, una repubblica presidenziale in cui venga eletto direttamente il sindaco e il presidente della Repubblica”. Per poi chiarire successivamente che “il nostro presidenzialismo è uno solo, modello Chirac”.

Passano gli anni, si svolta a Fiuggi e nel 1994 nasce Alleanza Nazionale ma la sostanza, quella della riforma presidenzialista, non cambia. Nel 1996 l’ex delfino di Almirante organizza una manifestazione al Palalido di Milano dal titolo “Chiari e coerenti per il presidenzialismo” e qualche settimana dopo arriva a ventilare il referendum. E’ il 2002 e in occasione del congresso di An a Bologna Gianfranco rilancia il presidenzialismo “come necessario completamento del federalismo” e antidoto segreto alle derive secessioniste di una Lega sempre più potente.

Un’altra stagione si chiude a febbraio 2009 con l’ultimo congresso di An in cui Fini sancisce la confluenza nel Pdl. Discorso strappalacrime, citazioni di Ezra Pound e un lungo accenno al presidenzialismo, cavallo di battaglia mai trascurato. Nel marzo 2010 Berlusconi fa sua la questione ma il presidente della Camera reagisce con freddezza (“presidenzialismo? Evitiamo gli slogan”), mentre il falco Bocchino assicura che “Fini lo vuole”, organizzando tramite FareFuturo l’ennesimo convegno sul tema.

Oggi l’ex leader di An ha chiarito il punto una volta per tutte virando verso l’approccio anti-bipolarista di Casini e Rutelli che con lui condividono il timone del Terzo Polo. Da quelle parti il presidenzialismo non piace affatto, in primis per motivi di sopravvivenza politica. La terza carica dello Stato pare essersene fatto una ragione senza troppi patemi d’animo nelle stesse ore in cui 122 deputati Pdl hanno firmato una proposta di legge costituzionale per una forma di governo semipresidenziale alla francese, presentata, tra gli altri, dagli onorevoli Bergamini e Crosetto. La domanda, ora, è una soltanto: morirà democristiano?

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