A Repubblica hanno bevuto

By Redazione

dicembre 21, 2011 Cultura

Volete uno spray che elimini dalla vostra bocca qualunque traccia di alcol per farla franca se vi ferma la municipale? Beh, non esiste, fatevene una ragione. Bevete responsabilmente, o fate guidare un amico se vi capita di scolare un bicchiere di troppo.

Questo il concept della campagna realizzata dalla Kook Artgency per Modavi, Movimento delle Associazioni di Volontariato Italiano, attraverso la (finta) commercializzazione di Rednoze. Funzionava così: sul sito rednoze.it l’immagine di un bel flacone con nebulizzatore, accompagnato da una didascalia: “Rednoze è il primo medicinale studiato per controllare e abbattere il livello di tossine di etanolo contenute nei polmoni, con effetto immediato e sicuro. Rednoze non ha bisogno di prescrizione medica”. Accanto i video: un medico che spiegava, a mo’ di spot, gli effetti del farmaco (“Rednoze tutela la tua privacy”), e una serie di prove effettuate fuori da una discoteca con giovanotti alticci.

Invogliati a provare il prodotto, si cliccava su “Ordinalo subito”. Dopo un questionario, con alcune domande sul consumo di prodotti alcolici, un banner informava che si sarebbe stati ricontattati alla mail lasciata al momento dell’iscrizione non appena Rednoze fosse stato disponibile. “Questo da giovedì scorso, quando è stata lanciata la campagna, fino a ieri – spiega Andrea Natella, direttore creativo della Kook Artgency – quando abbiamo inviato le mail, e il messaggio è arrivato chiaro e forte”.

Se si clicca sul link che informa dell’avvenuta disponibilità del prodotto, si aprono una serie di slide che informano che “Ogni anno oltre 30.000 persone perdono la vita per guida in stato di ebrezza” e che “Non esistono scorciatoie, fai guidare la tua intelligenza”. Per poi rimandare sulla pagina del sito del Modavi nella quale si informa che il Rednoze non esiste e si spiega la campagna di viral marketing per la sicurezza sulle strade.

Fin qui nulla di strano. Fino a quando Repubblica.it ha deciso di occuparsi della vicenda, con un articolo di Vincenzo Borgomeo, responsabile del settore motori, che raccontava di “Una bufala finita male”. In cosa consista la mancanza di un happy end, almeno a sentire Borgomeo, è presto detto.

“Il Rednoze è infatti ora nel mirino del Dipartimento Politiche Antidroga – scrive Borgomeo – che ha segnalato il grave caso ai Ministeri della Salute e dell’Interno per un “possibile aumento del rischio per la salute pubblica correlato alla commercializzazione del prodotto e all’aumentata possibilità per i conducenti di restare coinvolti in incidenti stradali”.

E continua citando un comunicato dell’Associazione Amici della Polizia Stradale (Asaps), che sarebbe andato “ben oltre” l’informativa dell’Antidroga, facendo “fuoco e fiamme”.

In realtà, almeno a quanto ci ha dichiarato Giordano Biserni, presidente dell’Asaps, la faccenda è andata esattamente al contrario: “Vedendo il sito di Rednoze, abbiamo fatto una segnalazione all’Agcom, preoccupandoci della pubblicità. Poi il Dipartimento Politiche Antidroga, con cui siamo in contatto, ha visto il nostro comunicato sulle agenzie e sul nostro portale. E loro hanno segnalato la cosa al ministero dell’Interno e della Salute”.

Insomma, viral marketing andato a segno, si direbbe, se ha colto in castagna una delle più importanti associazioni del settore, e addirittura l’Antidroga. Anche se Biserni non sembra averla presa benissimo. Al punto di arrivare a chiedersi: “Ma siamo proprio sicuri che dietro non ci fosse il prodotto?”.

Eppure sarebbe bastato cercare su Google Rednoze qualche giorno fa per accorgersi che, oltre al finto sito dello spray, uno dei primi risultati rimandava al sito della Kook. Che in un comunicato datato 16 dicembre informava che era stata scelta “per il lancio in Italia del primo farmaco proteggi privacy per chi è in stato di ebrezza”. Ora, vista la bizzarra definizione del prodotto, e considerato che il sottotitolo della Kook recita “Arte, guerriglia e marketing non convenzionale”, forse il dubbio che sotto ci fosse qualcosa sarebbe potuto sorgere in tempi non sospetti.

E invece l’Asaps l’ha presa malissimo: “Complimenti! Possiamo pensare che i ragazzi se la bevano – scriveva il 20 dicembre – ma sulla strada ci siamo tutti e non ci interessa se il conducente ha tutelato la sua privacy ma poi è ancora completamente sbronzo! Questa promozione è semplicemente intollerabile in un paese civile. Un affronto al buon senso, allo sforzo delle forze di polizia e una minaccia alla sicurezza dei nostri ragazzi!”.

Una volta scoperto l’arcano, è sempre il presidente dell’Asaps ad ammettere: “È chiaro che se non c’è il prodotto, il reato non c’è”. Di nessun tipo? “Dal punto di vista della sicurezza medica, certamente no”.

Forse bisognerebbe spiegarlo a Borgomeo, che chiosa il suo articolo prospettando scenari molto complicati per Natella e compagni, che si dovrebbero impegnare a convincere il Dipartimento Politiche Antidroga e gli ispettori del Ministeri della Salute e dell’Interno che si è trattato di uno scherzo: “Dalle prime reazioni alla notizia del fatto che si è trattato di guerriglia marketing a occhio sembra proprio di no. Si, sa per alcuni reati, dire stavo scherzando dopo aver commesso il fatto non basta di certo”. 

È difficile immaginare di quale reato parli il giornalista di Repubblica, più realista del re nel difendere le ragioni dello scivolone dell’Asaps, che si è trascinato dietro l’Antidroga. Più facile capire che la “bufala finita male” sia frutto dell’immaginazione di Borgomeo. Che ci fosse un vecchio debito da saldare?

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