Il dissidente di velluto

By Redazione

dicembre 20, 2011 Esteri

Riproponiamo un articolo di Pierluigi Mennitti pubblicato nel 2009, in occasione del ventennale della rivoluzione di velluto, che ripercorre le tappe della vita intellettuale e politica di Vaclav Havel.

Quella di Vaclav Havel è forse la parabola più bella tra quelle che la storia ha saputo scrivere nell’anno fatale del 1989. Il dissidente per eccellenza, l’intellettuale, lo scrittore e il drammaturgo che aveva pagato con il carcere l’iniziativa di Charta ’77 – «l’associazione libera e aperta di persone» che con l’appello al rispetto basilare dei diritti dell’uomo rappresentò una delle iniziative di dissenso più importanti di tutta l’Europa orientale – prese la leadership della rivoluzione di velluto e arrivò fin su al Castello, la splendida cittadella in cima alla collina di Praga, il luogo del potere.

Da rivoluzionario a presidente, nonostante un carattere timido e pacato. Sembra una delle storie magiche di Bohumil Hrabal, il funambolico scrittore praghese scomparso dodici anni fa, e invece è una storia vera, di quelle che possono realizzarsi solo nelle brume di una città come Praga. Oggi che Havel ha chiuso la sua esperienza politica, lasciando il proprio paese orfano di una guida equilibrata e rispettata, le sue memorie sono linfa preziosa in un continente agitato da troppe tensioni e non ancora assestatosi dopo le scosse di venti anni fa. Seduto a disagio su una poltrona che sembra invece comodissima nei saloni della Società tedesca di politica estera, l’autorevole think tank berlinese immerso nel verde del quartiere diplomatico, Havel quasi si schermisce di fronte alla platea che lo applaude qualsiasi cosa dica. Sembra imbarazzato da tanto calore, eppure riesce a trovare frasi non banali che suscitano ulteriori applausi: «Le difficoltà che oggi viviamo si possono superare solo con un forte senso morale. L’ordine morale è la condizione nella quale la libertà può svilupparsi nella cultura e anche nell’economia». È il filo conduttore della sua vita: «Non sono mai stato un moralista che dice agli altri cosa è giusto fare. Non ho programmato di diventare un dissidente. Semplicemente, mi sono trovato di fronte un problema morale e ho fatto un passo in avanti. Il resto è stata una conseguenza».

Le speranze della primavera del 1968 erano appassite in un rigido inverno di restaurazione. La Cecoslovacchia dopo Dubcek era diventata uno degli stati più chiusi dell’intero universo comunista e lo stesso Havel, che non aveva avuto vita facile sotto il regime perché la sua famiglia era stata accusata di essere benestante e di simpatie filo-tedesche, venne bandito dal teatro e scivolò nei sotterranei del contropotere avviando una carbonara attività politica. Charta ’77 fu figlia di due avvenimenti: la mancata attuazione degli impegni presi dalla Cecoslovacchia sui diritti umani con la firma del trattato di Helsinki (un fattore che si rivelerà importante nella lotta dei dissidenti in tutta l’Europa dell’Est) e l’arresto dei componenti di una band praghese di musica psichedelica, i Plastic People of the Universe. L’esperienza di Charta ’77 fu dirompente nell’ambiente dell’opposizione underground perché, nonostante l’evidente cifra politica dell’associazione, si qualificava più come un comitato civico capace di aggregare personalità ideologicamente distanti. Scriveva Havel nel 1986: «Charta ’77 è, come è noto, un’iniziativa civile in cui sono riunite persone molto diverse tra loro […] tra i membri attivi ci sono molte persone fortemente caratterizzate dal punto di vista politico o spirituale, socialisti, cattolici, protestanti, democratici e così via […] ma non si tratta affatto della maggioranza, la maggioranza dei firmatari di Charta ’77 infatti, al contrario, non si identifica in un’ideologia concreta, in un programma politico, né tanto meno in un gruppo religioso […] e anche se così non fosse, e tutti i firmatari fossero fino all’ultimo personalità dal netto profilo politico, questo non cambierebbe nulla rispetto alla base esclusivamente civile e non marcata dal punto di vista ideologico o politico attorno alla quale è sorta Charta ’77 e si sono riuniti i suoi firmatari».

L’associazione praghese anticipava dunque, già a metà degli anni Settanta, i movimenti civici e borghesi che saranno il motore propulsivo delle rivoluzioni in Europa orientale nel 1989 e anche quelli che, in ambiente democratico, si svilupperanno nell’Europa occidentale alla fine della stagione delle ideologie. E si differenziava – fornendo al contempo un’alternativa nel panorama del dissenso est-europeo – dal movimento prettamente sindacale nascente in Polonia. Richard von Weizsäcker, che fu presidente tedesco nel decennio a cavallo della riunificazione e che siede di fianco ad Havel in questa serata berlinese, ne loda proprio questo aspetto: aver superato la logica dei partiti con un’associazione che mobilitasse i cittadini. Lui si schernisce: «Il dissidente non è uno status simbol o un lavoro. In un dato momento si fa una scelta senza pensare di ottenere titoli di merito per il futuro. Non vorrei sembrare naïve, ho avuto successo in politica ma poteva andare diversamente». Quando anche la Cecoslovacchia si mise in moto nel novembre 1989, con gli studenti che rioccuparono piazza San Venceslao per non lasciarla mai più, Havel trasformò il suo impegno civico in azione politica. Prese la leadership dell’opposizione, si sedette al tavolo di una difficile trattativa con il partito comunista, si assunse la responsabilità di condurre sul velluto una rivoluzione che poteva in qualsiasi momento sfociare nel sangue.

E divenne presidente della Repubblica, garante verso i cittadini che il totalitarismo sarebbe stato abbattuto e che la Cecoslovacchia avrebbe ripreso la strada verso l’Europa interrotta vent’anni prima dai carri armati sovietici. Si presentò sul balcone assieme al vecchio Dubcek, chiudendo un cerchio magico ricco di suggestione. Poteva accadere solo nella terra di Kafka e Hrabal, di Hasek e di Kundera. Nel 1993 pilotò con saggezza anche la scissione tra Cechia e Slovacchia, stemperando i nazionalismi ed evitando uno scenario balcanico nel cuore della Mitteleuropa. Lo sguardo sull’oggi è quello di un padre della nuova patria europea pieno di comprensione per le traiettorie irregolari della vita: «Le nuove generazioni possono valutare meglio e superare il passato, perché sono libere dalle tensioni che l’hanno condizionato. Il comunismo è stato un fenomeno complesso, non avevamo alcuna esperienza della sua natura. Ma anche il post-comunismo è stata una fase delicata, perché anche per esso non avevamo un libro guida che ci dettasse la rotta. Comprendo, anche se non condivido, coloro che oggi votano comunista. Gli anziani hanno vissuto tutta la loro vita in quel sistema, gli amori, il lavoro, il tempo cancella i ricordi brutti e rimanda solo quelli più belli». È il lascito dei tempi passati che incombe ancora oggi su nazioni che hanno vissuto molte lacerazioni nel passaggio ad un sistema politico ed economico nel quale non tutti hanno trovato il loro posto. È una forma di malinconica nostalgia che deforma il giudizio e instilla pessimismo. L’antitodo non è una contro-battaglia ideologica, più semplicemente una presa di posizione morale. Parola di dissidente.

Da East Side Report

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