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By Redazione

dicembre 20, 2011 politica

Ancora una volta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si è imposto nel dibattito politico. Una discussione che ciclicamente si ripropone, dando vita a due fazioni agguerrite. Da un lato, chi ne sostiene l’abolizione per favorire i licenziamenti, come volano alla creazione di posti di lavoro. Dall’altro, chi si batte contro la possibilità di allontanare i lavoratori dipendenti senza una motivazione che non sia grave e specifica.

A dar fuoco alle polveri, un’intervista del ministro Fornero al Corriere di tre giorni fa. La stessa che ha fatto guadagnare alla professoressa delle lacrime una severa bacchettata dal compito Rutelli: “Non mi piacciono gli annunci sparati sui giornali. Avrei preferito meno annunci su questioni che poi suscitano polemiche”. Ma a rileggere l’intervista, reperibile sul sito del quotidiano, è facile accorgersi che la titolare del Welfare non ha mai pronunciato le fatidiche parole: “articolo 18”. Fornero si proponeva di consentire “ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario”. “Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione – continuava – e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto”. Sollecitata esplicitamente dal giornalista sull’articolo 18, rispondeva che “che non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte”. Insomma, parliamone ragazzi.

Ma di discuterne nemmeno a pensarci: “L’articolo 18 è una norma indispensabile, il governo è folle e mostra una supponenza impressionante, scenda dalle cattedre”. Così la leader della Cgil Susanna Camusso interveniva a gamba tesa sulle parole dell’esponente del governo. Spostando l’attenzione, del Palazzo e dei media, su una stucchevole polemica già vista all’epoca del secondo governo Berlusconi. Come se bastasse stralciare tre righe da uno Statuto che consta di 41 articoli, che a sua volta si inserisce in un impianto normativo la cui complessità è esplorabile a fondo dai soli esperti in materia, per ridare impulso al mercato del lavoro del paese.

Righe che recitano testualmente: “Il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento […] o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro […], che in ciascuna sede […] nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro“.

Ma la questione è altra, seppellita da paginate e paginate spese a vanvera sull’argomento. Basterebbe risalire al sei dicembre. Giorno in cui il ministro Fornero si presentò in commissione Lavoro del Senato e disse: “Il mio impegno da domani o da dopodomani sarà dedicato alla riforma del mercato del lavoro. Non sono in grado di fare anticipazioni, ma la direzione sarà quella della flexsecurity, ovvero la flessibilità che si accompagna a garanzie ai lavoratori di un trattamento adeguato”. La proposta, della quale il grande sponsor in Italia è Pietro Ichino, è quella di prevedere che tutti i nuovi rapporti di lavoro si costituiscano con un contratto a tempo indeterminato.

Contratti per i quali, si legge nella sintesi formulata dal senatore del Pd, “si applicherebbe la protezione prevista dall’articolo 18 dello Statuto per il licenziamento disciplinare e contro il licenziamento discriminatorio, per rappresaglia, o comunque per motivo illecito”. Solamente “in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi” le tutele dello Statuto dei lavoratori non varrebbero, sostituiti, tuttavia da “un congruo indennizzo che cresce con l’anzianità di servizio”.

Le quattro righe dello Statuto dei lavoratori, non sono dunque il quid sostanziale del dibattito in essere. Né tantomeno prefigurano tout court la cessazione dei diritti dei lavoratori nei confronti delle aziende. Bisognerebbe al massimo limarli e correggerli, come corollario di una riforma ben più ampia dell’intero mercato del lavoro. Che piaccia o meno, ad oggi la discussione infuria ferocissima sul colore delle maioliche del bagno. Ma della casa si devono ancora gettare le fondamenta.

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