Il Nord funziona così

By Redazione

dicembre 19, 2011 Esteri

E’ morto Kim Jong-Il, viva Kim Jong-Il. Il dittatore nordcoreano si è spento per arresto cardiaco all’età di 69 anni, pare mentre fosse in viaggio in treno. Il Caro Leader odiava prendere l’aereo, tanto che anche le sue trasferte internazionali (Cina e Urss, pardon Russia) le effettuava su un convoglio particolare, preparato in modo minuzioso assecondando le sue richieste. La morte del Caro Leader ha dato inizio a scene di pianto ed isterismo collettivo in tutta la Corea del Nord, cose note a chi ricorda il 1994 con la morte di Kim Il-Sung: una settimana di lutto, scene di depressione collettiva. Marco Ansaldo, in un contributo di qualche mese fa su Limes, ne ricordava l’austerità e la serietà. Ma anche quell’escrescenza marrone dietro la nuca, il tumore che si sarebbe portato via il Grande fondatore. Kim Il-Sung aveva però già individuato in Kim-Jong-Il il proprio successore. Era il primogenito, era stato istruito per tutta la vita a diventare l’erede del padre.

In Corea del Nord funziona così, per quanto le tempeste interne al Partito possano condizionare le politiche: la successione è dinastica. Come nei migliori regni del periodo dell’assolutismo monarchico, senza le corone e gli scettri, ma con le stesse congiure di palazzo e gli stessi cortigiani. Kim Jong-Il era nato nel 1941 o nel ’42, forse in Urss, forse sul monte Paektu in Corea del Nord, a seconda delle fonti più o meno nazionaliste. Negli anni Settanta, giunto alla soglia dei 30, il figlio designato iniziò anch’egli a coltivare il culto della personalità del padre governante. Un culto grottesco, che portò Kim Il-Sung ad essere considerato un semi-dio, con circa venti milioni di sudditi proni al suo cospetto. E’ questo l’ambiente in cui è cresciuto Kim Jong-Il, che non ha fatto altro che perpetuarne le linee di fondo. Subentrato nel 1994 alla morte del padre, il Caro Leader ha amplificato tutto ciò: stretto nella morsa post-sovietica, il figlio del Grande fondatore ha così aumentato il culto popolare su sé stesso, aggiungendo ulteriore segretezza sulle sue attività private: non sono di certo mancati lussi, macchine, pranzi esagerati ed harem pieni di concubine alla sua collezione di piaceri personali. Ma soprattutto Kim Jong-Il ha innalzato il tasso di conflittualità della sua Corea: esperimenti nucleari, incidenti di frontiera con l’occidentalizzato Sud, minacce armate. Sempre più isolato nel mondo, il Caro Leader ha esagerato nell’isolamento stesso: più siamo fuori dal mondo globalizzato, più ce ne tiriamo fuori giorno per giorno. La Corea del Nord vive in un non splendido isolamento: la repressione interna è fortissima; è impossibile espatriare; dopo la carestia di metà anni Novanta, la popolazione soffre ancora la fame in vaste aree del paese; internet ed ogni forma di comunicazione esterna sono vietate. La Cina, con il suo web aperto a blocchi, a Pyongyang apparirebbe un paese liberale. Jong-Il si è trovato costretto ad agire così: il suo periodo è stato dominato dalla fine dell’era comunista ed il suo comportamento così ferreo è risultato quindi come l’unica via per mantenere il regime al potere.

Nonostante le lotte intestine, il Caro Leader è riuscito a designare il suo terzogenito come successore: Kim Jong-Un ha vinto la lotta familiare per il comando del paese. Kim Jong-Nam, il primogenito, risiede attualmente a Macao ed è passato alle cronache per essere stato beccato all’aeroporto di Narita, in Giappone, mentre cercava di viaggiare con un passaporto dominicano: sembrava volesse volare fino a Disneyland. Kim Jong-Chol, il secondogenito, non è mai stato il preferito del padre ed è sempre stato considerato poco virile. Ci si ricorda di lui tra l’altro per una foto in Germania, ad un concerto di Eric Clapton. Jong-Un invece ha già iniziato la carriera militare e sembra ci sia lui dietro le sanguinose purghe dell’ultimo biennio nordcoreano. Risulta essere un personaggio molto colto, al contrario del padre (considerato uno dei leader mondiali più rozzi) ed in questo somiglia al nonno. Ha saputo mostrare durezza nelle decisioni. Erediterà una Corea del Nord in difficoltà, tanto che uno degli ultimi ministri delle Finanze e della Pianificazione, Pak Nam-Gi, è stato fucilato su decisione del governo nordcoreano per aver attentato all’economia nazionale. Sul piano interno proseguirà sulla scia del padre ed anzi si preannuncia come più determinato nell’eliminazione degli oppositori interni. Ma è sugli esteri che si giocherà la partita della Corea del Nord: la Cina è nella posizione più delicata.

Pechino è da anni il cuscinetto tra Pyongyang e il mondo, con i suoi continui tentativi di mediazione, soprattutto sull’atomica, tra mondo occidentalizzato e regime comunista. Pyongyang non può rinunciare alla minaccia armata: serve sia per mantenere forte la coesione interna, sia per non farsi schiacciare dall’esterno. Il Giappone è visto come un pericolo continuo, data la storia tra le isole nipponiche e la penisola coreana, ed anzi a Tokyo si teme sempre che dalla Corea del Nord possano iniziare piccole scaramucce. Seul vorrebbe andare avanti con la costruzione della pace, ma i sudcoreani non possono muoversi senza l’appoggio occidentale, soprattutto ora che sono ai ferri corti dopo gli incidenti avvenuti negli ultimi due anni. Al momento il mantenimento dello status quo rimane la soluzione meno dannosa: gli Usa manterrebbero vivo uno dei pochi stati canaglia ancora in essere (insieme all’Iran), la Cina manterrebbe il suo ruolo di mediatore unico (essendo uno dei pochi stati accreditati a Pyongyang) che la sta facendo avanzare tra le grandi potenze. Seul vorrebbe conservare il suo status di salvifica frontiera da coccolare ed aiutare nonostante un’economia non più solidissima (e che sarebbe ancor più in crisi con l’eventuale carico di povertà del Nord).

A Pyongyang sanno che l’unificazione con il Sud, che conta il doppio della popolazione ed un esercito meno numeroso ma più avanzato tecnologicamente, porterebbe ad una liberalizzazione dei costumi e ad uno sgretolamento del regime che farebbe piombare il paese dalla Chu-che (autarchia), alla più totale dipendenza dal mondo industrializzato. Una Corea unita, in questo momento, non fa comodo a nessuno.

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