E se abolissimo gli ordini?

By Redazione

dicembre 19, 2011 politica

Secondo Corrado Passera, intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa?”, non ci sarà bisogno di una manovra aggiuntiva. Il ministro dello Sviluppo economico ha voluto così rispondere a distanza a Giulio Tremonti, ex titolare del Ministero di via XX Settembre, fortemente critico verso le decisioni del governo, ribadendo che le misure “lacrime e sangue” approvate dal Consiglio dei ministri ed ancora in discussione al Senato non necessiteranno di un bis.

Ora, però, è evidente che, oltre al rigore e alle nuove tasse, occorrerebbe cominciare a pensare a serie ed efficaci misure per la crescita. La recessione per il 2012 è appurata ed il dato sul Pil dovrà essere preceduto dal segno meno. L’Italia, insomma, cresce sottozero. Ed allora, governo e parlamento dovrebbero seriamente porsi la questione di come far ripartire il paese. L’impresa appare quantomeno ardua; se da un lato l’idea paventata dal ministro Fornero di un contratto unico per i giovani, privo delle tutele dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, ha già incontrato il niet dei sindacati (in particolar modo della Cgil e del suo leader, Susanna Camusso), dall’altro il tema delle liberalizzazioni si è scontrato, si scontra e si scontrerà con il partito degli ordini. Chiunque nel tempo abbia provato a rompere il giogo delle lobby, ha incontrato resistenze irriducibili, sia dentro che fuori dal parlamento. E non potrebbe essere altrimenti visto che nell’attuale legislatura la fascia dei professionisti è rappresentata da circa il 44% dei deputati dal 45% dei senatori.

Oltre ad essere portatori di privilegi antistorici e di inefficienza, gli ordini e i loro strenui difensori contraggono lo sviluppo generale. Trattandosi di una vera e propria chiusura di settori chiave per la produttività del paese, sono ovvie ed evidenti le ripercussioni sull’intero sistema Italia. Se un giovane laureato in giurisprudenza volesse decidere di intraprendere il mestiere di avvocato davanti a sé troverebbe una serie di ostacoli insormontabili. L’esame di stato ne è un esempio lampante e lapalissiano. Per quale motivo, in tale sede, gli esaminatori avvocati dovrebbero aprire le porte del mercato ad aspiranti competitori? La risposta è in re ipsa, ovviamente. Per non parlare delle tariffe minime, anti-concorrenzialità allo stato puro. Ed ancora, i giornalisti: per essere tali occorre essere per forza iscritti all’albo. Un vero e proprio assurdo, retaggio del ventennio fascista, quando gran parte della stampa veniva soggiogata alla dinamiche di regime, in cambio di privilegi sociali.

Pertanto, il superamento della recessione passa, non soltanto ovviamente, ma anche dall’abolizione degli ordini professionali. Per il bene del paese i mercati andrebbero aperti del tutto. Altrimenti usciamo dall’Europa. Forse sarebbe più dignitoso.

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