Monti incasina i partiti

By Redazione

dicembre 16, 2011 politica

Che l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti fosse in sonno con il suo ex partito, il Pdl, si sapeva da tempo. Non si pensava però che sarebbe rimasta in politica avvicinandosi al Fli di Gianfranco Fini. Anche Stefania Craxi, figlia del testimone di nozze di Silvio Berlusconi, aveva mostrato da tempo segnali di insofferenza verso il Pdl. Oggi ha abbandonato il gruppo alla Camera per entrare nel misto, dopo avere rumorosamente annunciato il fatto con una intervista al primo quotidiano d’Italia e di Milano, il Corriere della sera. Il voto di fiducia di oggi alla Camera ha segnato poi altre rumorose prese di distanza di noti parlamentari dal loro gruppo: Alessandra Mussolini e Giorgio Stracquadanio, volti televisivi del Pdl, hanno annunciato di votare no alla fiducia in disaccordo con il gruppo così come Renato Cambursano dell’Idv ha detto di votare sì, in disaccordo con l’appassionato intervento contrario del suo leader Antonio Di Pietro.    

Nel Pdl altri nomi noti hanno espresso il loro disaccordo: l’ex segretaria di Berlusconi ed ex dirigente Rai Deborah Bergamini ha protestato, così come l’ex sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. Sul fronte opposto, i malpancisti nel Pd sul voto a favore alla manovra sono forse anche più numerosi di quelli del Pdl, seppure più discreti o, più semplicemente, meno noti. Ieri sera, all’ennesima presentazione del solito libro prenatalizio di Bruno Vespa (da decenni sono come i cinepanettoni, arrivano con le strenne), Berlusconi aveva alzato i toni contro Monti, sorprendendo per i toni ma senza stupire gli osservatori politici: il Cavaliere, tuonando contro Monti, aveva l’intento di rabbonire i molti malcontenti nel suo partito contro il governo, e ha ottenuto in parte il risultato limitando i voti di protesta in disaccordo con il partito.    

La fiducia sulla manovra passa e non smonta più di tanto la solidità parlamentare del governo Monti: la protesta ha lasciato sul terreno solo un mare di assenti, anche dai nomi sonanti come quello dell’ex ministro Paolo Romani. Ha però rappresentato un segnale evidente del travaglio interno ai vari partiti, anche di quelli che si sono smarcati dal governo Monti scegliendo la strada populista dell’opposizione a provvedimenti che altri hanno giudicato “dolorosi, ma inevitabili”. Dei problemi nell’Idv abbiamo detto. Più complicata la situazione nella Lega, il partito che negli ultimi giorni si è fatto protagonista di clamorose ma non nuove né originali contestazioni parlamentari. Più di un osservatore ha notato che scopo di tali plateali manifestazioni non era solo raccogliere consensi esibendosi nell’opposizione ai provvedimenti più impopolari della manovra salva Italia. In realtà si è voluto così anche distogliere l’attenzione dai problemi interni, tipo la scalata di Roberto Maroni al posto di capogruppo alla Camera, scalzando il “famiglio” bossiano Marco Reguzzoni (cosa che, comunque, potrebbe arrivare nelle prossime settimane).    

I travagli interni della Lega sono scaturiti dall’insofferenza della propria base e da una travagliata stagione di assemblee locali del Carroccio. Ma il problema dei rapporti travagliati con la propria base non è solo di Bossi. Ne sa qualcosa Pierluigi Bersani che deve guidare un partito dove le rivolte interne sono la normalità e i momenti di serenità una rarità invidiabile.  Il Pd sembra non avere mai superato i travagli di una gestazione accelerata, ai quali ha aggiunto col tempo ulteriori scomposizioni delle sue componenti interne: i margheritini sono implosi così come i diessini e i vari nuovi astri, da Matteo Renzi a Nicola Zingaretti, non sembrano avere la solidità per superare la breve stagione di altre meteore come Debora Serracchiani.    

Nel Pdl la situazione è ancora più complessa. La destra di An non si è mai davvero integrata con il resto del partito ma, perdendo la leadership di Gianfranco Fini partito per altri lidi, è esplosa in mille componenti. Così pure la vecchia Forza Italia, entrata nella parabola discendente del suo leader Berlusconi, pare aver perso quel “centro di gravità permanente” che è stata la vera colonna sonora del movimento berlusconiano in questi 17 anni aldilà di jingle più fortunati alle assise di partito ma con minori capacità descrittive.    

Il centrodestra dovrà trovare nuovi assetti. La segreteria di Angelino Alfano non pare sufficientemente caratterizzata e aggregante, almeno per ora. In questa fase appare solo la confusione creata da una complessa fase di transizione. Anche il movimento politico al momento apparentemente più tranquillo, perché impegnato a identificarsi con le qualità salvifiche del governo tecnico, non pare giunto a un livello di stabilità futura. Ci riferiamo al Terzo polo di Pierferdinando Casini, tricefalo visto che conta fra i suoi leader anche l’ingombrante presenza di personaggi quali Gianfranco Fini e Francesco Rutelli. Ma sul Terzo polo e sulla sua base elettorale puntano tanti altri leader in pectore che hanno i volti del presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo o dell’astro nascente del governo Monti: il ministro dello Sviluppo ed ex Ad di Intesa Sanpaolo Corrado Passera.

Oggi si affaticheranno tutti a descrivere le difficoltà del governo Monti che, con il voto di fiducia alla Camera, ha concluso la sua breve luna di miele e cominciato a perdere pezzi. Ma forse mai come oggi è dimostrato anche che tutti hanno bisogno di Mario Monti non solo per traghettare l’Italia fuori dalle secche della crisi economico-finanziaria, ma anche per permettere alla politica di attraversare il deserto di una transizione dei partiti che pare tutt’altro che conclusa. Sui giornali si parla già timidamente di Terza Repubblica. Chissà se il processo è già iniziato e se davvero Monti ci porterà anche quest’altra novità. Quello che sicuramente possiamo dire è che la Seconda non ha entusiasmato e non se ne sente per ora, ammesso che sia già passata, la mancanza.  

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