I tre moschettieri delle riforme

By Redazione

dicembre 16, 2011 politica

I mal di pancia di Mussolini e Stracquadanio erano noti da tempo. Il loro no era atteso. L’assenza di Tremonti, in polemica più con il suo partito che non con i tecnici, era stata messa in conto, come anche, per tutt’altri motivi, il dissenso di Martino. E se qualche perplessità hanno destato le assenze di Brambilla e di Romani, di recente coinvolto dal ministro Passera nelle attività del suo dicastero, a fare notizia in casa Pdl è stato ieri un esiguo ma combattivo gruppetto di onorevoli che hanno deciso di rimanere in aula e di astenersi platealmente, contrariamente a quanto indicato dal gruppo. Giuseppe Moles, Deborah Bergamini, Giulio Marini e Giuseppina Castiello rientrano così nel conto dei 61 voti in meno della seconda fiducia della storia del governo Monti.

“Sono sempre stata un soldato per il mio gruppo parlamentare, votando secondo le indicazioni del gruppo. Ma questa volta non ho avuto cuore di votare questa manovra”, spiega Bergamini, che ricorda come non condivise nemmeno la finanziaria estiva voluta da Tremonti. Un ministro poco amato dagli astensionisti, se è vero che Moles sottolinea che “per mettere tasse e sangue non serviva Monti, bastava un Tremonti qualunque”. Sull’assenza del divo Giulio in aula, Marini è caustico: “Non mi sarei aspettato di vederlo in aula”. Già, perché dopo il molto rigore e poco sviluppo dei mesi caldi, ci si aspettava qualcosa di più dagli esperti. “Avrei dovuto votare una fiducia che è la negazione di quello che io ho cercato di fare in questi anni e del motivo per cui mi trovo in Parlamento” spiega Bergamini. Che non usa mezzi  termini, definendola “figlia dell’estromissione di un governo legittimamente eletto, voluta da certe burocrazie di rigoristi europei, e dalla pressione dei mercati finanziari”. Sulla stessa linea Moles: “Non considero legittimo il governo tecnico. Già in passato ho sostenuto che avrei valutato di volta in volta quello che ci avrebbe presentato. Siccome sono convinto che il paese abbia bisogno di riforme e non di manovre, sono assolutamente contrario a questo provvedimento”.

Bocciatura senza appello? Forse no, visto che Bergamini sostiene che sarà “più che felice di votare provvedimenti su liberalizzazioni e sviluppo”. Quelli che invocava anche Marini: “Le liberalizzazioni che erano contenute nel provvedimento erano piccole cose. Bisognava prevedere di vendere i gioielli di famiglia, pensavo che il governo fosse in grado di farlo, vista la maggioranza ampia e il forte impatto a livello di opinione pubblica”. Per il futuro, si vedrà. “Se questo governo dovesse proporre cose concrete su privatizzazioni e riforme strutturali – spiega Moles – le valuterò e le voterò, se condivisibili. Così come avrei votato una manovra di riforme e non di tasse”.

Oggi la faccenda è un’altra, come spiega chiaramente Marini: “L’equità che tanto si cercava non è stata attuata. In questa fase io non mi sento in maggioranza, sto all’opposizione, pur non mettendo in discussione la mia appartenenza al Pdl”. E prosegue dicendo quel che in tanti pensano, pur rimanendo dietro le quinte: “Non possiamo dirci rappresentati da questo governo: diciamolo che siamo in una condizione di appoggio esterno”.

Un’eterodossia, rispetto alla linea ufficiale del partito, che, a sentir loro, non sembra al momento scombussolare i vertici azzurri. Anzi: “Berlusconi sapeva che ci sarebbe stato qualche astenuto”, sostiene Bergamini, e d’altronde “il gruppo era a conoscenza che per qualcuno era difficile votare la manovra, non si aspettavano di certo che tutti si allineassero”. Per Moles non solo il Cavaliere sapeva, ma ha anche condiviso lo spirito dell’iniziativa: “Non sostengo cose diverse da quelle che Berlusconi ha sempre sostenuto. Anzi, ritengo che sia giusto riaffermare determinati principi. Il Pdl sostiene questo governo per rasserenare il clima, ma quella è un’altra cosa”.

 

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