Statalismo e socialdemocrazia

By Redazione

dicembre 15, 2011 politica

Concludendo l’introduzione al suo libro sull’influenza del dossettismo negli anni quaranta, Paolo Pombeni nota come si possano rintracciare molti punti di contatto tra la cultura politica di Dossetti e il patrimonio storico della socialdemocrazia: la centralità della classe operaia, l’attenzione al sindacato, un modello di stato interventista, la pianificazione economica, il partito come strumento di educazione delle masse, l’inadeguatezza della democrazia liberale, il pacifismo nelle relazioni internazionali, la presa di distanza dal capitalismo. La fotografia scattata da Pombeni non è poi così ingiallita. I punti di contatto tra gli eredi del dossettismo e la sinistra socialdemocratica italiana sono rimasti in gran parte inalterati e tornano da qualche anno a galla, dopo decenni di parziale nascondimento tra le pieghe del bipartitismo imperfetto prima e della lunga incompiuta transizione istituzionale poi.

Chiediamoci, ad esempio, con quali ricette la sinistra italiana tenda a rispondere alla crisi finanziaria. Se ne possono individuare tre: la rivincita statalista, il rimbalzo socialdemocratico e il liberalismo non ideologico. Dal punto di vista del rendimento sul “mercato elettorale” delle democrazie avanzate le differenze tra queste ricette sono ad oggi nette: le prime due falliscono, la terza è l’unica ad aver mostrato capacità di successo. Con la prima ricetta la sovrapposizione è totale: la sinistra si identifica con l’espansione dello stato. E’ il welfare statalistico della tradizione continentale. Con la seconda la sovrapposizione si sposta dagli strumenti ai fini. La sinistra si identifica non con lo stato ma con lo stato che gestisce la redistribuzione delle risorse secondo “curve di preferenza” fondate sulle capacità di pressione dei microinteressi. E’ la sinistra dello stato assistenziale “all’italiana”. La terza si identifica con la ricerca delle condizioni del bene comune secondo la grammatica della vera libertà. Il bene comune non è il fine dello stato né della politica ma della società. Non solo: la politica produce soltanto alcuni dei “beni comuni” che la società consuma. E li produce non in base ad una visione finalistica ma secondo una logica dinamica, frutto della dialettica delle realtà presenti nella società, avrebbe detto Pietro Scoppola.

La rivincita statalista e il rimbalzo socialdemocratico finiscono con il distorcere la lettura della doppia crisi finanziaria. Un esempio: il modo con cui Fassina e tutta un’area del Pd leggono il libro di Rajan sulla crisi. Una delle tesi del libro è che non il primato dell’economia ma l’ingerenza della politica nelle funzioni di regolazione, che non sono politiche ma quasi giurisdizionali, sia alla base del ciclone. Non poca politica ma troppa politica. Non troppo mercato ma poco mercato. Un disegno ricostruttivo che non piace ai cultori del primato della politica che si gettano, a caccia di rivincite, sulle pagine in cui Rajan ricorda come l’incremento delle diseguaglianze sia un pericolo strutturale del processo di globalizzazione. Ma il declino dello stato non permette rivincite. Ed è Giovanni Paolo II a dire che il libero mercato è lo strumento più efficace non solo per allocare le risorse ma anche per rispondere ai bisogni. Poi, certo, anche il mercato ha i suoi fallimenti come, per altro, l’intervento dei governi. Compito della sinistra non ideologica è regolare questi fallimenti che nascondono, in tutti i casi, rendite e privilegi.

La rivincita statalistica e il rimbalzo socialdemocratico non fanno fatica a mettere in piedi una visione unilaterale anche del pensiero di Benedetto XVI. Suscitando il loro entusiasmo, il Pontificio consiglio per la giustizia e la pace ha parlato qualche giorno fa di un’autorità pubblica a competenza universale per mettere ordine nel sistema finanziario internazionale. Ratzinger parla invece di governance globale di tipo poliarchico allo scopo di difendere la libertà, uno degli obiettivi della sinistra non ideologica, e di produrre risultati efficaci. E non ha dubbi nel ribadire il ruolo limitato e circoscritto della politica, di una politica che serve non a instaurare la giustizia nella società ma a contenere l’ingiustizia. Diversamente da quell’area della sinistra cattolica che continua a sostenere la ripresa di una visione fortemente interventista dello stato. Ne sono un esempio le diverse tendenze che si riconoscono in Rosy Bindi e che tornano ripetutamente a un’idea tutta dossettiana di stato come strumento di riforma della società. Come diceva Dossetti – in un testo che nei prossimi giorni verrà riproposto come punto di riferimento di questa area – lo stato deve fare la società “traendo il corpo sociale dall’informe”.

Chiave riassuntiva di questa doppia ricetta della sinistra italiana è la lettura, ancora una volta distorta, della stagione blairiana e clintoniana. Non poche analisi empiriche hanno dimostrato che durante quelle formule di governo è cresciuta la libertà e il processo di allargamento delle diseguaglianze è rallentato rispetto ai trend maturati durante i precedenti governi conservatori, senza dimenticare, sul piano globale, l’enormità dell’uscita di centinaia di milioni di persone dalla soglia della povertà. E si è affermata la possibilità di una politica di riforme senza lo stato che ha conquistato un posto centrale nella dinamica politica, un posto di cui i successori di Blair e Clinton hanno finito con il prendere atto.

Il punto è che dossettismo e sinistra socialdemocratica, forse si dovrebbe dire vecchia sinistra socialdemocratica, si incontrano in più punti, come diceva Pombeni. E il culmine di questo incontro è il rapporto tra la società e lo stato, ovvero l’opzione preferenziale trastate societyestateless society. Per loro lo stato è la risposta. Lo stato nazionale, gli stati uniti d’europa, l’autorità globale. Un piano inclinato irrealistico, espressione di un primato del potere politico su ogni altro potere sociale, come dice Luca Diotallevi nel suo recente “L’ultima chance” a proposito della funzione della politica nella cultura dei cattolici. Per la sinistra del liberalismo non ideologico, quella che si ritrova ad esempio nel documento base della Settimana sociale dei cattolici italiani di Reggio Calabria, la politica è un pezzo di società accanto ad altri, con una sua funzione specializzata e suoi precisi confini. E non c’è nulla di anomalo nel fatto che economia, cultura, religione la condizionino e – per certi aspetti – la regolino.

Qdrmagazine.it

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