Pdl assente ingiustificato

By Redazione

dicembre 15, 2011 politica

“Le resistenze che si incontrano, e per me non sono una novità, quando si vogliono dispiegare le forze delle liberalizzazioni e della concorrenza, spesso vengono superate non al primo colpo ma con una determinazione tenace”. Così ieri Mario Monti si giustificava della povertà dei provvedimenti messi in campo dal governo sul fronte liberalizzazioni. Come a dire che la pattuglia dei tecnici girerà con il coltello fra i denti nei corridoi del Palazzo per conquistare, metro dopo metro, spazio per le misure che dovrebbero ridare linfa allo sviluppo e far partire la crescita, come chiedono in molti a gran voce. Peccato che, nel giro di qualche minuto, veniva smentito dal capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini. Che, tanto indirettamente quanto clamorosamente, relegava le parole del premier nell’angolo delle dichiarazioni di circostanza: “È stato il governo a presentare gli emendamenti che hanno annullato le liberalizzazioni su taxi, farmacie e autostrade”.

Un cortocircuito che non necessita di altra spiegazione a corollario. Ma che lascia l’interrogativo di come sia possibile che, nel corso della giornata, le uniche prese di posizione di un certo spessore a difesa di quelli che sarebbero stati almeno ornamenti consolatori di una manovra che in pochi non definiscono una stangata, arrivino dal Partito democratico. Quella che dovrebbe essere la principale formazione liberal-conservatrice del paese, il Pdl, continua a trasmettere l’immagine di un partito nel quale gli interessi corporativi riescono sempre a trovare cassa di risonanza per far valere in aula i propri interessi. Legittimi, sia inteso, ma spesso in controtendenza rispetto alla possibilità di liberare risorse e stimolare la concorrenza. Fu così in estate, quando qualche decina di onorevoli bloccò a brutto muso alcune norme che sarebbero andate ad intaccare l’ordine degli avvocati. E sembra essere andata così anche a questo giro, se è vero che il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, l’azzurro Gianfranco Conte, si è limitato a mostrare i muscoli al giornalista del Messaggero Marco Conti, reo di avergli attribuito virgolettato piuttosto duro contro i provvedimenti sui farmaci. “Al giornalista, dò appuntamento in Tribunale per la definizione di torti e ragioni”, tuonava Conte nel pomeriggio, colpevole, secondo la ricostruzione del Messaggero, di aver esultato nel non aver permesso che passasse un emendamento che avrebbe sbloccato la situazione: “Li ho fregati!”.

Peccato che lo stesso Conte, così attento alla forma, non si premurasse di rispondere nel merito della vicenda, lasciando così campo libero ai democratici. “Sulle liberalizzazioni aspettiamo il governo al prossimo appuntamento. Il cambiamento è necessario”, diceva Bersani, pur mettendo le mani avanti rispetto a misure che potrebbero mettere in subbuglio il partito: “Vorrei far presente che le liberalizzazioni non sono solo il mercato del lavoro e questo prima o poi si capirà”. E se il segretario del Pd ha trovato su questo versante terreno fertile per distinguersi dalle lacrime e dal sangue dei tecnici, nel tentativo di non lasciarsi logorare dalle opposizioni interne che lo aspettano al varco della candidatura alla premiership, è pur vero che è stato il solo Pd a battere sul tema.

Erano piccoli provvedimenti di settore, non le riforme strutturali che occorrerebbero al paese, brontola il fronte ostinato e contrario di chi aveva visto in Monti la possibilità di procedere là dove Berlusconi aveva clamorosamente fallito. Non senza qualche ragione, anzi. Ma “sulle liberalizzazioni il Governo Monti si gioca parecchia credibilità anche in Europa” è un’affermazione che ci sarebbe aspettati di sentire da un esponente della fu rivoluzione liberale, non certo dalla pasionaria democratica Debora Serracchiani, confortata dal vice di Franceschini, Michele Ventura: “Abbiamo fatto la nostra parte con questa manovra e continueremo ad impegnarci su questo fronte”.

“Molte misure della manovra sono contrarie a quello che vorremmo noi liberali veri”, ha provato a recuperare Berlusconi in serata. Fuori tempo massimo. In ritardo di diciassette anni; e dopo gli ultimi due mortificanti giorni.

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