GianFausto BertiFini

By Redazione

dicembre 15, 2011 politica

Che fatica essere Fini. Per il presidente della Camera dei Deputati è senza dubbio un momento difficile. Prima lo strappo con Berlusconi, che nei disegni dei suoi fedelissimi avrebbe dovuto portarlo a guidare un nuovo centrodestra senza Silvio, e invece lo relega a mera comparsa parlante nello show di un Casini mattatore unico. E giù tutti a bollarlo come “traditore”. Poi a marzo arriva il triplice “vaffa” dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa. A novembre scorso tocca a Giorgio Stracquadanio dare del “deficiente” a Fini in diretta tv. A stretto giro rilancia Francesco Storace, che una manciata di giorni dopo dal palco torinese del congresso nazionale de La Destra lo apostrofa: “Maiale, devi dimetterti”. Ieri ha la deputata Pdl Alessandra Mussolini ha replicato la performance di La Russa con una richiesta di dimissioni condita da un altro “vaffa”. Noblesse oblige. Infine la Lega: dopo la salva di fischi impietosi al ministro Giarda, all’appunto di Fini sul fatto che fischiare si addica ai pecorai piuttosto che ai parlamentari, l’onorevole Gianluca Pini ha risposto dandogli del “cialtrone”.

Certo, fare il presidente della camera senza una solida maggioranza di riferimento non è un compito facile, e per Fini ha cessato di essere una passeggiata da quando, nell’ormai storica Direzione Nazionale Pdl del 22 aprile 2010, chiese a Berlusconi: “Che fai, mi cacci?”. Se ne andò da solo di lì a poco, inanellando una lunga serie di fallimenti nel tentativo di sfiduciare il governo dell’ex alleato.

Nella sventura del momento, Gianfranco Fini ricalca le orme del suo predecessore, l’ex leader di Rifondazione Fausto Bertinotti. Il loro background politico non potrebbe essere più diverso: ex missino il primo, comunista il secondo. Nel 2003 Gianfranco Fini chiese perdono a Israele per le persecuzioni fasciste ai danni degli ebrei italiani, definendo il fascismo “male assoluto”. Più o meno due anni dopo Bertinotti dichiarò in un’intervista al Corriere che il male assoluto era in realtà la proprietà privata: «Certo, non si può abrogare per decreto. Ma è un obiettivo». Eppure, per entrambi, quello di terza carica dello Stato si è rivelato tra tutti il ruolo più difficile.

Le similitudini tra i due non finiscono qui. Nel 2007 a Bertinotti e ai suoi “brodini” venne imputata la responsabilità di aver mandato a casa l’ultimo governo di centrosinistra. A ben vedere, per Prodi le frecciatine bertinottiane furono tra tutti il problema minore. Nemmeno per far cadere Berlusconi Fini è stato determinante. Ci si sono messi la crisi economica internazionale, alleati recalcitranti (la Lega), ministri intrattabili (Tremonti) e peones in cerca di autore. Tanto a Fini quanto a Bertinotti, però, piace raccontare di aver rivestito un ruolo chiave nel patatrac dei rispettivi governi.

Non resta che aspettare per vedere se il destino dei due grandi leader mancati si somiglierà anche nell’epilogo. Nel 2008 Bertinotti divenne il candidato premier della sinistra radicale alle politiche dello storico trionfo berlusconiano, e fu un disastro. Nel 2013, semmai il Terzo polo esisterà ancora così come lo conosciamo oggi, è ben difficile che Fini possa anche solo aspirare al ruolo di condottiero senza dover fare i conti con il leader Udc. Sic transit gloria mundi.

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