Salvare il salvabile

By Redazione

dicembre 14, 2011 politica

Poche storie e nessun alibi. Per questa manovra Monti aveva carta bianca. Quale partito si sarebbe assunto la responsabilità di mandare a casa prima di Natale il governo di salvezza nazionale dopo avergli votato la fiducia neanche un mese prima? Nessuno dunque provi a far passare la comoda balla che quei cattivoni della “casta”, i sindacati, le corporazioni o chissà chi altro l’hanno bloccato. In queste prime settimane Monti avrebbe potuto far ingoiare qualsiasi riforma strutturale. Invece, ha consapevolmente scelto di dilapidare il suo “momentum”, la finestra di massima disponibilità al sacrificio da parte della politica, delle parti sociali e dell’opinione pubblica, non per le riforme strutturali ma – come egli stesso ha ammesso ieri sera in Commissione Bilancio – per «identificare strutturalmente nuova materia imponibile», l’esatto opposto di ciò che i mercati e l’Ue chiedevano. La patrimoniale sulla casa e la riforma delle pensioni possono aver sedato l’invidia dei tedeschi per quelli che erano ritenuti con qualche ragione privilegi tutti italiani ormai poco sostenibili. Allo scopo di farsi ascoltare a Berlino Monti ha puntato tutto su quelle misure, ma non ci serviranno per crescere e, dunque, per convincere gli investitori a scommettere sul nostro futuro.

L’impostazione della manovra è un fallimento di metodo e di cultura politica attribuibile interamente a Mario Monti. Ma che futuro ha il grande liberalizzatore, quello che ha sanzionato nientemeno che Microsoft per milioni di euro, se poi se la svigna davanti ai tassisti e ai farmacisti, per altro rinnegando i suoi editoriali pro-crescita? Il primo colpo sparato dal governo dei tecnici è andato a vuoto e non è detto che ne avrà altri in canna. Purtroppo Monti è caduto nel solito errore di metodo, quello di una politica dei due tempi: prima aggiustiamo i conti con nuove tasse, poi pensiamo alla crescita. L’esperienza insegna che chi ha provato a intraprendere questa strada si è fermato al primo tempo, deprimendo ancor di più la nostra economia e non riuscendo nemmeno a realizzare gli obiettivi di bilancio.

Come temevamo, dunque, quella in via d’approvazione è ancora una volta la manovra delle tasse subito e delle riforme rinviate. Il fatto che Federfarma abbia rinunciato alla serrata prova che anche davanti ai farmacisti il governo s’è calato le braghe: sarà infatti l’Agenzia del farmaco (Aifa), d’intesa con il Ministero della Salute, a individuare entro quattro mesi dal varo del decreto un elenco, aggiornabile periodicamente, dei farmaci di fascia C comunque esclusi dalla vendita fuori farmacia. Rinviata anche la liberalizzazione dei trasporti: il governo si concede sei mesi di tempo per regolare i diversi settori, ma i taxi non sono nemmeno citati e soprattutto non si vede come possa procedere a liberalizzare il trasporto pubblico locale senza privatizzare le municipalizzate. Salvi gli ordini professionali: è stata infatti depotenziata la scadenza del 13 agosto 2012 come termine ultimo per adattarli alle richieste di liberalizzazione da parte dell’Ue. E in tutto questo sono state stralciate le misure per la rete dei carburanti, è stato rinviato al 2013 lo scioglimento dei consigli provinciali, mentre i parlamentari promettono di ridursi le indennità ai livelli europei entro il mese di gennaio del prossimo anno.

Quelle poche liberalizzazioni previste dal decreto sono state dunque rinviate, per essere concertate con le corporazioni, i classici “tacchini” che dovrebbero anticipare il Natale. A dispetto delle indicazioni Ue la manovra non sposta il carico fiscale alleggerendolo su lavoro e imprese, ma si limita ad aggiungere ulteriore carico, sul patrimonio mobiliare e immobiliare, mettendo in piedi un fisco tutt’altro che «amico», una vera e propria “Stasi” tributaria.

Dal punto di vista della cultura politica che il governo dei tecnici esprime, per il momento in totale continuità con i precedenti, il fatto che l’azzeramento del deficit si realizzi – come certifica la Corte dei Conti – «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», nonché in piena recessione, rende di per sé l’idea dell’enormità di nuove tasse da cui la società italiana verrà vessata. Ma c’è da dubitare delle reali intenzioni del medico che continua ad ingozzare il paziente obeso. Nel rapporto debito/Pil tutti concordiamo che è il denominatore la chiave di volta. E se vogliamo davvero fare un discorso di verità, dovremmo riconoscere che l’unica soluzione ai nostri problemi di crescita è abbattere l’intermediazione del bilancio pubblico di 10 punti di Pil, per far calare di altrettanti punti la pressione fiscale. Insomma, la restituzione nelle mani dei cittadini e delle imprese della ricchezza da loro prodotta per crearne di nuova.

La manovra non sembra concepita nemmeno per avviarsi su questa strada. Non è una polemica sui presunti “poteri forti”, la questione è più sottile. Il governo Monti si avvale delle migliori e più responsabili e pragmatiche competenze delle elites del Paese, ma proprio per questo non vuolecambiarel’attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare più o meno la metà della ricchezza prodotta, vuolesalvarlo, perpetuarlo, apportando al sistema quegli accorgimenti minimi ineluttabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli “incumbent” politici, economici e sociali di cui è espressione.

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