Positioning game

By Redazione

dicembre 14, 2011 Esteri

Lunedì pomeriggio, alla House of Commons, il Primo ministro britannico David Cameron ha ribadito i motivi che l’hanno portato a porre un veto sul nuovo trattato europeo, provocando la stizza del presidente francese Nicolas Sarkozy. E mentre tanto il presidente della Commissione Jose Manuel Barroso quanto il commissario agli Affari economici Olli Rehn minacciavano il governo inglese che la mossa della scorsa settimana a Brussels non metterà al riparto la City, a Londra si notava l’assenza del vice di Cameron, il leader liberaldemocratico Nick Clegg. Un uomo, un’ombra: il suo partito perde terreno, addirittura è finito dietro lo UKIP di Nigel Farage dopo l’exploit di quest’ultimo per aver sbottato di fronte a Barroso e il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy.

Al contrario, il Primo ministro conservatore ha recuperato terreno nell’opinione pubblica e potrebbe riuscire a rimettere ordine nel partito, ricucendo i rapporti con la fronda interna sul tema Europa. È stato agguerrito nel faccia a faccia con il laburista Ed Miliband che per prima cosa nel suo intervento ha sottolineato il forfait tra i banchi della maggioranza di Clegg, impegnato in quegli istanti a rilasciare un’intervista a Sky News per aggiustare la mira dopo la dichiarazioni della domenica, profondamente critiche verso la linea Cameron. I liberaldemocratici hanno una certa inclinazione europeista ed è evidente che i due non si sono consultati nella notte tra l’8 e il 9 dicembre. Steve Richards ha suggerito a Clegg di venire a patti con la vera natura del suo “capo” dalle colonne dell’Independent, quotidiano che orbita attorno ai Libdem. Il fatto è che Cameron se li sta mangiando.

Un anno e mezzo fa, formata la coalizione tra i due partiti per assicurarsi una base parlamentare, tra i conservatori non mancavano quelli che speravano di costruire una nuova realtà politica britannica, nata proprio dal connubio tra Tories e liberaldemocratici. Un progetto sul quale nemmeno i più ingenui si sarebbero presi la briga di puntare. Martedì l’esecutivo si è riunito e la tensione tra le parti si è fatta sentire, per quanto un portavoce di Cameron abbia catalogato il confronto sotto la voce “un’ottima discussione”. Clegg ha ribattuto annunciando che organizzerà incontri con i ministri degli stati europei per valutare le relazioni del Regno Unito con il resto dell’Unione in tema di lavoro e crescita economica: si metterà all’opera dopo Natale, giusto il tempo di prendere le misure incontrando ad una colazione di lavoro i rappresentanti del mondo finanziario.

A Westminster è in atto unpositioning gamein cui Cameron parte comunque avvantaggiato sia nei numeri, sia nel peso del ruolo che copre. La sua azione tesa soprattutto a difendere la sterlina (“i trattati esistenti difendono chi è nell’euro e chi non lo è, ma ora vogliono cambiare questa logica”, ha affermato lunedì) è uno scatto d’orgoglio apprezzato dall’opinione pubblica (il 62%) per chi era finito sulla brace rimangiandosi la parola data in campagna elettorale di sottoporre la presenza britannica nell’Europa ad un referendum. Clegg prima o poi dovrà invece decidere da che parte sta, sormontato dallo spettro di un partito incapace di raggiungere la doppia cifra nei sondaggi. 

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