Ma dove sono le liberalizzazioni?

By Redazione

dicembre 14, 2011 politica

“If not now, when?”. A fine ottobre il deputato conservatore Charles Walker si alzò dal suo scranno a Westminster, pronunciò le fatidiche parole, e si risedette, sbalordendo l’assemblea che si aspettava un lungo e articolato discorso. A Londra era in discussione il referendum sull’Europa. Se a farlo fosse stato qualche deputato italiano, chiedendo conto della pochezza dei provvedimenti di liberalizzazione previsti nella manovra di Monti, forse avrebbe sortito più effetto delle manfrine di Palazzo andate in scena gli ultimi giorni.

“Non si può affrontare questo tema facendo piccole ipotesi di provvedimenti di comparto”, spiega Giuseppe Moles, deputato del Pdl. “Si è parlato a vanvera, ma quando si tratta di far le cose ci si tira indietro”.  Se non ora, quando? “Non so, ma oggi su questo fronte non c’è assolutamente nulla – continua categorico Moles – Sono solo chiacchiere e indicazioni demagogiche”. Eppure sarebbero essenziali. Almeno a sentire Marco Taradash, a lungo animatore del gruppo dei Riformatori Liberali: “Mi auguravo che il governo tecnico fosse in grado di superare i veti che hanno bloccato ogni governo precedente, ma non è andata così. Se questo governo esiste è perché la politica democratica ha fallito ed è stata commissariata”. Giusto criticare l’esecutivo, dunque, ma occorrerebbe “dimostrare che un governo politico potrebbe fare meglio di così”. E, considerando la triste immagine delle trattative per limare il maxi emendamento, siamo ancora lontani da quel momento.

“Siamo l’unico paese in cui il più grande partito di centrodestra si oppone alle liberalizzazioni – osserva con rammarico Piercamillo Falasca, della Fondazione Libertiamo – In altri paesi né la destra né la sinistra si porrebbero problemi nei confronti di provvedimenti così timidi”. Se a Montecitorio è scoppiata la bagarre per i taxi, una “non questione” in Europa, come la definisce Falasca, tremano le vene ai polsi a sentire quel di cui si discute al di là delle Alpi: “Mercato del lavoro, servizi pubblici locali, mercato energetico e dei trasporti. Questi  alcuni dei temi oggetto del dibattito nel continente”. Roba che in Italia difficilmente riesce ad emergere a livello di soluzioni concrete proposte dalla politica. “Questo perché l’aspetto corporativo degli interessi è trasversale ai partiti”, prova a spiegare Annalisa Chirico, giornalista ed esponente radicale. “Questo paese ha bisogno urgente di liberalizzazioni – continua Chirico – Le corporazioni che vi sono diffuse hanno determinato vere e proprie incrostazioni di potere, con evidenti conseguenze anche sull’economia. Dunque se i tecnici non si muovono sul fronte delle riforme, non ha senso che restino al potere”.

“Davvero allora ci meritiamo il default”, sostiene provocatoriamente Simona Bonfante, esperta di comunicazione politica e firma di TheFrontPage.it. “Le scene di questi giorni, tra Camera e Senato, sono drammatiche e incredibili – continua la Bonfante -e mettono in evidenza l’idiosincrasia italiana tra due concetti sostanziali: democrazia e libertà. C’è un asse dicotomico, una divaricazione totale fra l’uno e l’altro”. E le liberalizzazioni? “Monti non ha attivato dei veri e propri processi di liberalizzazione – spiega Bonfante -Perché costretto a confrontarsi con due forme di statalismo: uno che difende determinati interessi (sindacati, lavoratori pubblici eccetera), e uno che ne difende altri (farmacisti e via discorrendo).” Soluzioni? “Sono poco ottimista che emerga, anche con Monti, una cultura veramente liberale”. “Ma un fronte riformatore trasversale si dovrà aprire, perché l’alternativa è il default”, ribatte Falasca. Che prosegue: “Affronteremo mesi molto drammatici e questo schema si riproporrà. La prossima settimana arrivano gli ispettori dell’Fmi, l’Italia potrebbe essere costretta ad accettare un prestito. Insomma, di Monti avremo ancora bisogno, perché i partiti sono ancora paralizzati”.

Tuttavia il governo non sembra dare segni di estrema vitalità, tanto che Chirico è drastica: “O parlano di liberalizzazioni, o ci restituiscano il voto. Il problema è che i partiti si fanno portatori di interessi corporativi”. Soprattutto nel Pdl, almeno in queste ultime ore: “C’è un’anima di quel tipo che è forte e prevalente rispetto all’anima liberale – sostiene Taradash – Berlusconi disse di Monti che si augurava riuscisse laddove a lui era stato impedito di operare. Purtroppo le cose non sembrano andare in quella direzione”. Anche se un effetto buono i professori l’hanno sortita in casa azzurra. Almeno a sentire Moles: “L’unica cosa positiva di un governo che ha sospeso la democrazia è il fatto che ci siamo liberati di Tremonti. Le resistenze corporative nel Pdl sono strascichi di tremontismo, perché era il ministro dell’Economia il vero capo del governo”. Eppure i tecnici avrebbero le mani libere perché, come sostiene Chirico, “non sono vincolati al consenso”, e dunque “potevano mettere in piedi un piano coraggioso per lo sviluppo, mentre questa manovra è una stangata”. Il timore, chiosa Bonfante è che Monti “finisca travolto prima di arrivare agli provvedimenti per la crescita”. In quel caso, “in Italia un fronte a sostegno delle liberalizzazioni dovrà essere rimandato a data da destinarsi”. 

(Opinione.it)

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