Piani quinquennali a Washington?

By Redazione

dicembre 13, 2011 Esteri

Una crescita annua del Pil del 7, 8, 9, addirittura 10% farebbe gola a qualunque paese al mondo. Sarebbe certamente utile all’Unione Europea, ed ancora di più all’Italia (che il prossimo anno, al contrario, vedrà una contrazione della ricchezza nazionale stimata intorno al mezzo punto percentuale). Farebbe comodo anche agli Stati Uniti, disgraziatamente inguaiati nella peggior crisi dai tempi della Grande Depressione, come ama ricordare il presidente Obama. Ed allora ecco che, nella patria del libero scambio, qualche voce comincia a levarsi per esprimere tutta la propria invidia per il “modello cinese” di crescita economica, insieme di statalismo e mercato, di pianificazione e libera iniziativa, che pare funzionare in maniera sfavillante.

L’ultimo degli “invidiosi” è Andy Stern, già presidente di uno dei maggiori sindacati nordamericani e strenuo sostenitore (anche finanziariamente) di Obama nelle presidenziali del 2008, che dalla pagina degli editoriali del Wall Street Journal del primo dicembre, si spertica in una appassionata esaltazione della pianificazione centrale, dei piani quinquennali (ma anche dodecennali) che dalle stanze del potere di Pechino hanno permesso all’ex Impero centrale di divenire, in un decennio o poco più, la seconda economia del globo. Stern dà atto dell’incredibile ruolo giocato dal “capitalismo concorrenziale” nel ventesimo secolo, ed ammette che  ha avuto “enorme successo”. Ma, aggiunge, ora risulta inadeguato alla velocità del nuovo secolo, in cui i mercati vanno più veloci dei parlamenti, i capitali si spostano in ordini di grandezza impensabili su piattaforme intangibili e secondo meccanismi che la gente, l’uomo di strada, Joe l’idraulico, non immaginano neppure lontanamente. E allora invita gli Stati Uniti a superare il feticcio del liberalismo economico, imitare il proprio competitor, e salire sul ring ad armi pari nella sfida tra superpotenze economiche. 

A far notare il paradosso di un sindacalista che esalta un paese dove i diritti dei lavoratori sono schiacciati senza ritegno, ci pensa, il giorno seguente e sempre dalla pagine del quotidiano newyorchese, Li Qiang, direttore del China Labor Watch: “Come sostenitore dei diritti sindacali non capisco come si possa pensare che il modello di sviluppo cinese possa essere considerato migliore di quello americano”, ricordando all’ex collega che nelle zone maggiormente urbanizzate della Cina, laddove il costo della vita ha raggiunto livelli altissimi, i lavoratori sono costretti a cento ore mensili di straordinari per poter sopravvivere. 

Una critica ancora più forte all’opinione di Stern, che va a toccare le fondamenta sulle quali si basa il suo ragionamento, è venuta dal saggista conservatore Jonah Goldberg, autore di un pamphlet sul rapporto politico-ideologico tra progressismo e totalitarismi del primo novecento. Dal sito della National Review, settimanale principe del pensiero conservatore americano, Goldberg definisce le parole di Stern “un’asineria”. “La Cina -scrive- ha avuto piani quinquennali prima che cominciasse a far soldi. Sotto gli antichi piani quinquennali la Cina ha ucciso decine di milioni di suoi cittadini ed è rimasta invischiata nella povertà. A rendere ricca la Cina non è stata la pianificazione, ma la decisione di aprirsi al mercato (anche se ad un modello corrotto del mercato)”. L’errore sta nell’attribuire la crescita economica ai pianificatori, i quali “non sono altro che degli autoproclamatisi stregoni della pioggia che cominciano a ballare quando ha già cominciato a piovere”, degli imbroglioni, insomma, che si limitano a “distribuire la ricchezza creata dal mercato”. 

Goldberg sottolinea anche come il vero problema con la cosiddetta “invidia per la Cina”  non ha a che fare con l’economia, ma con la morale. Imitare il “modello cinese” comporterebbe infatti importanti restrizioni alla libertà dei cittadini statunitensi ed una trasformazione della democrazia più antica del mondo in un sistema autoritario. Per di più, la Cina di oggi, assomiglia, anche e soprattutto nel suo modello di sviluppo economico, alla Germania dell’era nazista: un paese dichiaratamente socialista, con un forte sentimento nazionalista e l’impossibilità di vivere in autarchia per poter sopravvivere, cosa che lo costringe ad una parvenza di mercatismo col solo scopo di attrarre gli investimenti stranieri ed esportare i propri prodotti nel resto del mondo. Il tutto al costo di condizioni di lavoro disumane, livello d’inquinamento enormi ed assenza totale di istituzioni democratiche. Dietro questa parvenza, c’è però il controllo dello Stato, e dunque del politburo del PCC, in ogni ambito della società e dell’economia: sistema bancario, livello dei prezzi e dei salari, politica monetaria, direzione degli investimenti e così via, tutto manovrato dal Partito-Stato. 

Il migliore degli argomenti contro la voglia sfrenata d’imitare questo modello dirigista e illiberale, Goldberg lo esprime però in un post che fa in qualche modo da appendice all’articolo in risposta ad Andy Stern: ” La libertà di leggere ciò che si vuole, dire quel che si vuole, andare dove si vuole, mangiare quel che si vuole, vivere come si vuole, è inestricabilmente connessa alla libertà di spendere i propri soldi ed usufruire del frutto dei propri sforzi con la minima intromissione da parte del governo”. Perché rinunciarvi?

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