La lettera sgarbata

By Redazione

dicembre 12, 2011 Cultura

A come arte. Oppure, più verosimilmente come arroganza. Come quella dimostrata da Gianni Schiavon, Enzo Neri, Carlo Pepi, Enrico Bertelli, Bruno Sullo, Giovanni Cabras, Franco Campana e Rossana Parenti, gli artisti di Livorno firmatari di una pesantissima lettera aperta rivolta qualche giorno fa ai propri concittadini dalle pagine del Tirreno. A detta degli artisti, i livornesi sarebbero talmente gretti, rozzi e ignoranti da non riuscire a cogliere la bellezza e il pregio dell’ultima fatica del collega Renato Spagnoli. E non avrebbero, pertanto, alcun titolo (tantomeno accademico) per denigrare quella gigantesca lettera A color rosso fuoco alta quattro metri che dal giorno della sua installazione in piazza Attias, anziché ispirare alla contemplazione, ha scatenato un vespaio di polemiche.

Ai livornesi, infatti, non è piaciuto nemmeno un po’ quel “pugno in un occhio” collocato nel bel mezzo della stessa piazza che l’opera d’arte avrebbe dovuto riqualificare. Forse, scomodando un adagio popolare, avrebbero addirittura preferito avere un pisano all’uscio piuttosto che quella gigantesca maiuscola in piazza. E lo hanno dimostrato le veementi proteste con la quale la “lettera scarlatta” è stata accolta dalla cittadinanza.

In effetti, parafrasando altri tre grandi artisti di fama nazionale come Aldo, Giovanni e Giacomo, forse con 30mila lire un falegname avrebbe saputo fare di meglio. Ma si sa, l’arte e arte. E, soprattutto, non è bello ciò che è bello ma ciò che dicono i critici, i galleristi e le riviste patinate. Quello che pensa il popolino, invece, specie se rozzo come quello livornese (ipse dixit), non conta granché. Tantopiù che l’opera è stata regalata: a caval donato, si sa, non si fanno recensioni negative. 

Così gli artisti, stanchi di subire le critiche artistiche di chi del critico d’arte non ha nemmeno la patente, hanno deciso di salire in cattedra per impartire ai loro ingrati e illetterati concittadini un po’ di “virtute e canoscenza”. «Andate a studiare!» hanno tuonato sabato scorso dalle colonne del quotidiano locale. Salvo poi scrivere subito dopo un sì senza l’accento, proprio come avrebbe fatto qualcuno che a studiare non ha nemmeno cominciato. «Si, (sic) avete capito benissimo nostri cari concittadini livornesi: andate a studiare! Lo ribadiamo, premettendo che vi occorrerà molto, molto impegno! Andate a studiare, lo gridiamo con forza e sdegno a voi tutti che esprimete giudizi in campo artistico con la stessa facilità e tracotanza con cui manifestate il vostro parere sulle scelte di un allenatore di calcio o sulle qualità dei partecipanti alla nuova edizione del “Grande Fratello”!».

Sfoggiando una sintassi quantomento “artistica”, i firmatari proseguono così la loro invettiva: «Andate a studiare, lo raccomandiamo, altrimenti tacete ora e sempre, perché l’Arte è una cosa seria, anzi serissima! Andate a studiare, subito, e anche dopo aver studiato molto (cosa che evidentemente non avete fatto sino ad oggi), pensate, riflettete, cercate di capire prima di giudicare e parlare; “sappiate di non sapere” ammoniva Socrate: comprendete questa verità assoluta ed avrete compiuto un grande passo avanti sulla strada del vostro “automiglioramento”; siate tolleranti come noi (forse troppo a lungo?) lo siamo stati con voi!».

E poi ancora, in un profluvio di interiezioni che non si vedeva dai tempi delle avventure in strisce del signor Bonaventura: «Noi – artisti, critici e galleristi -, che da anni viviamo l’Arte, che viviamo PER l’Arte (quella vera, con la A maiuscola, non la “pitturetta” da mercatino d’antiquariato che voi amate tanto) abbiamo le scatole piene della vostra incapacità di comprendere, della vostra resistenza tenace e bieca a voler comprendere, e adesso siamo indignati anche dalla vostra incapacità di tacere!». Per dirla come Giorgio Bocca: «E’ l’arte, bellezza. E voialtri siete troppo stupidi per capirla». 

Certo, nelle loro critiche i livornesi avrebbero potuto dimostrare un po’ più di stile. Magari indossando un bel farfallino variopinto alla Daverio, oppure sfoggiando un’intellettualissima “r” moscia, che avrebbe mandato in sollucchero l’interlocutore. Tutto sommato, però, incuriosisce parecchio la reazione stizzita e supponente degli artisti: chi per sua stessa vocazione è chiamato a dare corpo alle idee e ai sogni per diretta intercessione delle Muse, affinché la collettività possa poi materialmente godere di tale e tanto ben di Dio, dovrebbe dimostrare un minimo di autocoscienza in più quando constata che il proprio messaggio non viene recepito. E magari, dovrebbe domandarsi se tale messaggio non arriva a destinazione perché l’ascoltatore è davvero troppo duro di comprendonio, o piuttosto perché il linguaggio utilizzato è di per sé incomprensibile. Se poi proprio la lezione s’ha da impartire, che sia tale per davvero, e non un bieco insulto da taverna.

Magari, chissà, ai livornesi avrebbe fatto molto più piacere che i sedicenti vati scendessero per un momento dalla torre d’avorio per provare almeno a spiegare il senso e il messaggio dell’opera incompresa, anziché limitarsi ad un’invettiva che ha fatto di tutta l’erba un fascio e di ogni livornese un povero imbecille. Perché l’arte è cultura che si fa messaggio, che educa e forma attraverso la condivisione. Quando invece diventa masturbazione, ancorché intellettuale, è soltanto una sconceria.

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