“Il Pd manca di visione politica”

By Redazione

dicembre 12, 2011 politica

“Al governo le competenze non mancavano per sapere che sono i parlamenti che controllano i conti dei governi e non viceversa”. Così ieri il presidente del Pd, Rosy Bindi, bacchettava dalle colonne de La Stampa l’esecutivo Monti, reo di un eccessivo attivismo sul tema dei costi alla politica. “Davvero non capisco dove sarebbe la scorrettezza del Governo sulle indennità dei parlamentari”, gli rispondeva il costituzionalista Giovanni Guzzetta dal suo account twitter. “Mi sembra una tempesta in un bicchiere d’acqua – spiega il professore all’Opinione – Il decreto non stabilisce limitazioni alle indennità, ma rinvia ad uno che già esiste, il n.98 del 2011, che stabiliva l’equiparazione degli stipendi dei parlamentari italiani a quelli europei. Il governo ha semplicemente detto che se la commissione che dovrebbe dare attuazione a quanto previsto non opera, l’esecutivo interverrà in tal senso. Dunque non ho capito su cosa verte la critica di Rosy Bindi, anche perché l’articolo 69 della Costituzione dice chiaramente che è una normativa disciplinata dalla legge e non dai regolamenti parlamentari”.

La questione dei costi della politica è solo simbolica, o ha anche un’effettiva ricaduta sui conti pubblici?

Come impatto sul bilancio dello stato parliamo di cifre limitate. Mi pare di capire che la finalità sia quella di convergere con l’Europa su questi temi, ma già il governo Berlusconi si era mosso in tal senso. Su questo non c’è grande discontinuità con quello che si stava già facendo. E riguarda non solo i parlamentari, ma anche le authority, gli organismi di rilievo costituzionale e via discorrendo. L’aspetto simbolico, tuttavia, per il momento che attraversiamo, ha un’importanza fondamentale. Il non procedere sarebbe un boomerang che andrebbe ad alimentare il populismo anti-casta.

Una tesi non nuova di Rosy Bindi è quella per cui il problema non sarebbe che i parlamentari hanno uno stipendio troppo elevato, bensì che ce ne sono troppi rispetto a quanti ne servirebbero.

Il fatto che bisognerebbe ridurne il numero mi pare che riscontri un’unanimità di pareri. È singolare che se ne parli da anni e non si sia ancora fatto. Il conto va poi fatto su medie ponderate. Un parlamento con cinquanta membri non può essere paragonato a uno che ne ha mille. Il problema è il costo unitario, che comprende il costo per gli stipendi e quello delle strutture, che oggi spendono molto. Da questo punto di vista Bindi ha ragione, non si tratta di prendere la singola voce, ma considerare tutte quelle che fanno lievitare il costo generale delle strutture della politica.

La questione della riduzione dei parlamentari difficilmente troverà realizzazione in questa fine di legislatura. E il dibattito interno al Pd sulle alleanze future non sembra nemmeno mettere in conto possibili modifiche all’attuale legge elettorale. Ha perso le speranze anche lei?

La legge elettorale è un tema che i parlamenti hanno sempre avuto enorme difficoltà a trattare. Mi sembra che sia complesso cambiarla. Bisogna vedere se si realizzerà una convergenza di convenienze tra gli interessi dei partiti in questa direzione.

Convergenza molto difficile. Nello stesso Pd ciclicamente emergono ciclicamente proposte molto diverse l’una dall’altra.

Il cambiamento della legge elettorale passa per la visione che si ha di come dovrebbe essere il sistema politico. Nel Pd non solo non c’è una visione univoca, manca una visione di qualunque genere. Oscilliamo tra nostalgie di presunte età dell’oro e illusioni di grandi riforme. Fin quando non emerge una visione chiara, sarà difficile fare qualunque cambiamento.

Sembra prevalere una tendenza proporzionalista.

Temo che quest’idea rischi di essere fallace, perché parte dal presupposto che si possano avere cinque o sei partiti perfettamente omogenei che discutono e negoziano in parlamento. Ma non considerano la nostra enorme propensione al trasformismo. Uscirebbero fuori non cinque, ma cinquanta partiti.

Una soluzione non potrebbe arrivare dal referendum?

Ci sono molti dubbi sul giudizio di ammissibilità. È un’ipotesi, quella della reviviscenza, che non si è mai verificata in passato. Dal punto di vista politico, le possibilità di successo dipendono dal fatto che qualche partito sostenga i quesiti, ma anche le formazioni che l’hanno sostenuto nei mesi scorsi mi sembrano molto più tiepide. Non sono particolarmente ottimista. Però, un’arma è di stimolo quando è carica, dunque aspettiamo di vedere se il referendum sarà effettivamente in campo.

(l’Opinione)

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