“La manovra? Poca crescita”

By Redazione

dicembre 11, 2011 politica

Alberto Mingardi è il direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, il think tank votato alla causa del libero mercato in un Paese corporativo e ad alto tasso di statalismo. Una sfida avvincente, che fa di questo laboratorio di idee e policy paper un unicum affascinante, un riferimento autorevole nella frastagliata galassia dei liberali italiani. L’enfant prodige con un maestro d’eccezione come Sergio Ricossa oggi ha trent’anni. Prima che ne scriva sul Wall Street Journal, gli rivolgiamo alcune domande sulle misure annunciate dal governo.

La manovra Monti è davvero “salva Italia” o l’ennesimo salasso?

Se bisogna valutare gli elementi di novità, le novità nell’approccio sono poche – e riguardano solo le pensioni. In quel caso il Ministro Fornero ha messo sul piatto la sua esperienza e ha dato un impulso significativo alla piena transizione verso il metodo contributivo. Per il resto, c’è una sorta di riforma fiscale “in nuce”, che sposta, per usare uno slogan, il prelievo dalle persone alle cose. Il problema è che per ora più che uno spostamento abbiamo visto una somma. Sul grande problema italiano cui questo governo doveva e dovrebbe dare risposta, cioè la questione della crescita, invece nulla da segnalare.

La riforma della previdenza, quella cui la Lega si oppone fermamente, va nella direzione giusta?

Oggi è impossibile fare una riforma delle pensioni “giusta”. L’unica riforma delle pensioni “giusta” che conosca è il passaggio a un sistema a capitalizzazione privata, nel quale i contributi delle persone versati nel corso della vita lavorativa diventino di loro piena disponibilità. E’ un modello che è stato adottato in Cile, e parzialmente in Paesi come la Svezia e la Polonia. Purtroppo la transizione a un modello del genere è costosa, e oggi come oggi appare fantascientifica in Italia. La stretta sulle pensioni del governo obbedisce a un principio di realtà: lo Stato sociale per come lo conosciamo non ha futuro a causa dei trend demografici. Con più serenità e meno senso dell’emergenza si riuscirebbe a riflettere su come deve essere cambiato. In una situazione come questa si stringono i bulloni. Non si può neanche dire che sia poca cosa però.

La Ministra Fornero ha pianto, quando ha pronunciato la parola “sacrifici”. Parlava del mancato adeguamento delle pensioni all’inflazione. Lei si è commosso?

Si tratta di un provvedimento molto sgradevole, che è l’equivalente di una tassa in più. Non è mai bello quando lo Stato cambia le regole a partita iniziata.

L’ICI torna sotto il nome di IMU. Era proprio necessario superare l’ “anomalia” italiana, come l’aveva definita il premier Monti? Si tratta o no di una patrimoniale mascherata?

Come già detto, c’è stato un passaggio “dalle persone alle cose”. L’abolizione dell’ICI è stata probabilmente un errore motivato dal bisogno di Berlusconi di estrarre un coniglio dal cilindro alle ultime elezioni: è stato un altro dei mille modi con cui Berlusconi è riuscito a consolidare consenso, senza fare la riforma fiscale promessa dal 1994. Nella manovra ci sono più provvedimenti (IMU, imposta di bollo, etc) che ricordano una patrimoniale.

Il lusso tassato. Le pare esagerato parlare di un intento strisciante di “moralizzazione fiscale”? Perché in Italia chi si arricchisce e spende è visto come il “colpevole” da punire, e non come un benemerito, che tiene in moto l’economia?

Le preferenze sono soggettive, e anche le Ferrari fanno Pil. Molto semplicemente, mi sembra che come sempre si sia avuta l’intenzione di “andare a prendere i soldi dove ci sono”. Che è poi il ragionamento che chiunque faccia il sottosegretario alle finanze o il rapinatore di professione, deve fare se il suo mestiere è reperire quattrini senza dar nulla in cambio. Ci sono state tante polemiche strumentali sul “lusso”. In generale, mi sembra sia uno scambio politico: si toccano le pensioni ma “anche i ricchi piangano”.

Lotta all’evasione. Viene disposto un prelievo dell’1,5 per cento sui capitali rientrati con lo scudo. Quali saranno gli effetti?

Che se mai si farà un altro “scudo” non aderirà nessuno. Questa disposizione è fra le più efficaci sul piano del puro populismo, ma va esplicitamente a riscrivere un patto siglato fra Stato e cittadini. L’1,5% sembra poca cosa, ma per il resto del mondo e per i contribuenti italiani è la conferma di un’amara realtà: dello Stato italiano non ti puoi fidare, non è un partner leale. E’ surreale che si pontifichi con tanta solennità sulla lotta all’evasione e poi si attuino comportamenti, che fanno aumentare la diffidenza dei contribuenti verso il fisco e, quindi, presumibilmente i comportamenti che ricadono in una zona grigia.

La tracciabilità dei pagamenti ha animato un dibattito sulle colonne di Libero. Tra le altre cose, il monitoraggio dei pagamenti tira in ballo la questione privacy. D’ora in poi non sarà più possibile usare il contante per pagamenti sopra i 1000 euro. E’ così che si combatte l’evasione?

No, non credo si combatta così l’evasione. L’idea di base è folle: lo Stato chiede sempre più informazioni (in questo caso, la tracciabilità delle transazioni), ma finora non ha dimostrato di saper usare bene le informazioni di cui dispone. Non è sempre sensato voler sapere “tutto”, anche perché a furia di voler sapere “tutto” si può finire per sapere “troppo”. Sapere “troppo” può finire per mettere sabbia negli ingranaggi, anziché farli funzionare. Ciò detto, la questione del contante è seria e banale assieme. Gli italiani possono essere gretti scemotti, che hanno paura ad usare la carta di credito, o essere affezionati alle banconote perché tutti hanno giocato a Monopoli da bambini. Sia come sia, se agli italiani piace pagare in contante bisogna prenderne atto. Comportamenti così radicati possono cambiare in conseguenza di una migliore informazione, di un mutamento culturale. Soprattutto non è compito dello Stato cambiare le preferenze dei cittadini.

Come valuta le misure sul lato dei costi della politica? Sono state abolite le giunte provinciali e i membri dei consigli scendono a dieci…

È stato fatto qualcosa, alcune misure sono buone: sicuramente lo è quella sulle Province. Altre sono da valutare a bocce ferme. Per quanto riguarda le authorities, ad esempio, mentre la scelta di accorparle è commendevole, sono scettico sulla dieta dei “board”. Più posti in consiglio implicano la possibilità di una maggiore diversità di vedute sui singoli problemi che via via emergono. Davanti a problemi complessi, c’è un “minimo di unità” necessarie per avere un dibattito. Consigli a tre probabilmente consegnerebbero le chiavi di quegli enti alle strutture, che a loro volta sono più facilmente “catturabili” di commissari pro tempore. Insomma, la questione è meno pacifica di quanto sembra. Ma si capisce che Monti volesse dare un segnale, che il mondo degli enti pubblici sia incredibilmente complesso e frastagliato, e che pertanto abbia dato un taglio netto dove poteva.

I sindacati hanno fatto muro. Confindustria invece sembra soddisfatta. I sussidi alle imprese non sono toccati.

Non credo che gli associati a Confindustria siano contenti.

Come ha rilevato Filippo Facci, grande assente è la giustizia, il cui dissesto ha indubitabili effetti sul piano economico. Nelle graduatorie della Banca Mondiale l’Italia è al 157esimo posto su 183 per la durata dei processi ordinari di primo grado. La lentezza della giustizia civile e l’incertezza del diritto sono un disincentivo per gli investimenti. L’intervento in materia è una prerogativa esclusiva dei “politici”?

Francamente è un tema importantissimo, ma non certo da manovra economica. E neppure è tema per un governo che non è passato per il vaglio degli elettori e che non ha né la forza né la legittimità di aprire un fronte così delicato.

L’Italia pare ormai destinata ad avere continue “manovre” e non vere riforme. L’impressione, che se ne ha, è che si cambi tutto per non cambiare niente.

E’ che il nostro sistema politico ha fatto cortocircuito. L’Italia è un caso di impeccabile equilibrio dei gruppi d’interesse: tutto è “cristallizzato”, perché i diversi portatori di interessi presidiano con grande efficienza ciascuno gli ambiti che ritiene rilevanti, avendo imparato da tempo a estrarre rendite dalla collettività. Ci vorrebbe un taglio netto, ma nel sottobosco romano una classe politica mai così poco attrezzata sul piano proprio degli strumenti intellettuali si fa di volta in volta “dirottare” da un esercito di scrittori di emendamenti in conto terzi. Proprio il cortocircuito del sistema e la miserabile qualità della classe dirigente ci hanno portato dove siamo: in una situazione in cui un governo di emergenza, composto di presunti ottimati, va ad aprire i rubinetti che trova più vicini e più facili da governare.

Un’ultima domanda. Monti rinuncia al compenso. Possiamo tirare un sospiro di sollievo?

È un gesto da persona con senso delle cose, che vuole dare il buon esempio. Cambia poco al bilancio dello Stato, ma è il genere di cose che i cittadini apprezzano quando viene chiesto loro di tirare la cinghia.

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