La “grande riforma” di Ichino

By Redazione

dicembre 11, 2011 politica

Non è cosa facile per il “profano” accostarsi in maniera sistematica a un tema complesso come quello del lavoro, comprendere i meccanismi che ne stanno alla base e ragionare su cosa si possa fare per far girare meglio la ruota di questo impressionante ingranaggio. Quello che quindi potrebbe apparire come un compito assai arduo, ovvero  spiegare in maniera chiara, lineare e alla portata di tutti perché si debba intervenire con una riforma radicale del sistema-lavoro, è riuscito invece perfettamente a Pietro Ichino nel suo ultimo libro ” Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma“, edito da Mondadori e disponibile dall’8 novembre in tutte le librerie.

Quello che colpisce a primo acchito di questo libro è la scelta compiuta dall’autore di ricorrere ad un’arguta finzione letteraria: un dialogo fittizio, una sorta di “processo politico” svolto da un interlocutore immaginario che passa al setaccio tutte le posizioni e le proposte del senatore democratico a partire dall’inizio della sedicesima legislatura (2008) fino ad oggi. In pratica, un riassunto fedele delle critiche e delle accuse che Ichino ha ricevuto nel corso di questi anni, sia da membri del suo stesso partito, sia da esponenti della sinistra sindacale, sia da esponenti delle associazioni imprenditoriali, ma anche dai lettori che ogni giorno consultano il suo sito internet ufficiale (che lui cura con grande attenzione).  Il libro dunque, impostato in forma dialogica, percorre i tre grandi temi al centro dell’attività politica di Ichino: la riforma del diritto del lavoro e del mercato del lavoro, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma del sistema delle relazioni industriali. Per ognuna di queste singole tematiche Ichino non si limita a rispondere alle argomentazioni del suo accusatore, ma fornisce dati precisi, tabelle, articoli di giornale ed altri validi elementi di supporto; tutto in nome di quel principio di trasparenza ed oggettività che anima il libro dall’inizio fino alla fine.

Cosa si impara leggendo questo libro? Moltissimo. Intanto viene archiviata definitivamente la tesi per cui il senatore del PD sarebbe un pericoloso infiltrato della destra in seno al centrosinistra, un complice del padronato e dei poteri forti, un esponente di punta del pensiero neoliberista. Il capitolo dedicato alla riforma della P.A. denuncia ad esempio i limiti della riforma Brunetta, mal congegnata fin da principio e incentrata su una pericolosa valutazione individuale dei dipendenti senza alcuna responsabilizzazione del management pubblico; in alternativa viene proposta una valutazione per settori, basata su alcuni meccanismi tipici del mondo anglo-sassone come la full disclosure, le audit commissions, il civic audit e la public review, oltre a una seria responsabilizzazione del management che rende i dirigenti licenziabili se non raggiungono una serie di obiettivi concordati al momento dell’insediamento. I meccanismi sopra elencati prevedono, oltre alla partecipazione di esperti e accademici (insieme a politici e sindacati) anche quella della cittadinanza, rendendo il tutto estremamente trasparente e irrobustendo il concetto ormai in dissoluzione di “senso civico”.

Cuore pulsante dell’opera è la grande riflessione sulla riforma del mercato del lavoro: sgombrando il campo da polemiche inutili e pretestuose Ichino mette in chiaro fin da principio come il modello di fabbrica fordista degli anni’60 e ’70, con lavoratori assunti per svolgere le stesse mansioni 35/40 anni di fila, non possa più funzionare. L’evoluzione tecnologica e il progresso scientifico impongono una realtà più dinamica dove i  lavoratori possono essere ricollocati agilmente con il contributo determinante (in termini di riqualificazione e formazione) delle imprese e delle regioni, dietro forti garanzie sul versante dei diritti economici e sociali. Per rendere meno rischioso e dispendioso questo processo (ispirato chiaramente al modello della flexicurity scandinava), viene proposta l’abrogazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori per quel che riguarda la disciplina di licenziamento per motivi organizzativi, facendo salva la parte relativa invece ai licenziamenti discriminatori. Come si vede, il muro ideologico sollevato da FIOM e CGIL dimostra di non avere sussistenza, poiché l’Italia è l’unico Paese europeo dove è in vigore una norma del genere, che obbliga al reintegro del lavoratore in qualunque caso (si veda in proposito il caso descritto da Ichino nel capitolo III). A dispetto di quanto affermato dai detrattori dunque, la proposta Ichino mira a salvaguardare il più possibile i diritti del lavoratore, con incentivi molto più forti di quelli previsti attualmente; inoltre, l’idea di estendere questo tipo di meccanismo a tutti i lavoratori dipendenti (viene ridefinito il concetto di “lavoro dipendente” sulla base di tre criteri : continuità, monocommittenza, limite di reddito annuo), compresi quelli che Ichino definisce di serie B, C e D, ovvero parasubordinati, partite IVA fasulle e stagisti, garantisce una protezione molto più ampia che risponde a quei criteri di equità e giustizia sociale che animano storicamente i partiti progressisti di ogni parte del mondo.

Democrazia e libertà di scelta sono invece le parole d’ordine alla base delle proposte in tema di relazioni industriali : potere di contrattare conferito esclusivamente al sindacato o alla coalizione sindacale maggioritari tra i lavoratori in azienda,  diritto alla rappresentanza per tutti e possibilità di deroga per i contratti collettivi stipulati a livello locale rispetto a quelli nazionali (chiaramente entro paletti ben precisi). L’analisi obiettiva delle vicende di Mirafiori e Pomigliano e la denuncia senza remore delle strumentalizzazioni dell’ex ministro Sacconi portano al centro dell’attenzione la necessità di aprire il Paese agli investimenti stranieri attraverso un diritto del lavoro meno ingessato e contorto, investimenti in grado di creare nuovi posti di lavoro sicuramente preziosi in periodo di crisi. Ma soprattutto, aprirsi a nuovi investimenti significa garantire al lavoratore plurime possibilità di scelta, e la facoltà di decidere quale può essere il datore di lavoro migliore.

Un libro interessante e ben fatto quindi quello di Pietro Ichino, stimolante e utile per le riflessioni presenti e future; sicuramente può essere il classico sasso lanciato nello stagno, ovvero un prezioso contributo d’idee e proposte destinato a rivitalizzare un dibattito oramai paralizzato da anni di confronto sterile e ideologico fra parti che paiono fare a gara per livello più alto di conservatorismo.

qdRmagazine.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *