C’era una volta il presidenzialismo

By Redazione

dicembre 11, 2011 politica

C’era una volta il presidenzialismo. In qualche modo. Ma c’era. Se ne dibatteva, per realizzarlo o per ostacolarlo, col coltello tra i denti. Ma, sia come sia: c’era. Era nell’aria primaverile e mediterranea del nostro Belpaese. Era un’atmosfera magari di nicchia, ma c’era. Ma partiamo dalle origini. L’Italia, dopo il fascismo, ha tenuto fuori e oscurato a dir poco il tema: non si dà presidenzialismo, perché questo ismo somiglia troppo a quello a lungo subito – per la verità, con quote di consensi record, almeno fino alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, secondo le stime ben fondate di Renzo De Felice -, vale a dire il fascismo. “

Ogni presidente era immaginato col fez in testa”, annota proprio Renzo De Felice. Ergo: resistenza dura e pura alla storia. Sì, alla storia moderna. Alla modernità, alla faccia della sbandierata modernizzazione o età dell’oro dello sviluppo economico italiano. Uno sviluppo, sia chiaro, quasi interamente da attribuire agli “animal spirits” (davvero “animal”, nel dopoguerra, si chiama fame) ed alla società civile italiana, all’inventiva e ad una classe dirigente storicamente collegata alla storia di un popolo ed ai territori di provenienza: ma l’ubiconsistamdel governo venne censurato. Si visse di governo reale delle cose, di storia dinamicamente mossa dai furori di riconquista di spazi e ricchezze; di accordi e concertazioni tra leggi agrarie ben mirate e uso di soldi americani reinvestiti; di socialismo fatto di riforme di struttura che si piegano, infine, ai gabinetti politici: ma la musica dodecafonica è troppo avanti rispetto ad una nazione che ha perso una guerra. Ci vuole il Governo come assetto strutturale e riproduttivo di un sistema equilibrato e spostato in avanti, dal presente al futuro.

La proposta di Valiani di un dolce presidenzialismo non passò, perché i padri della Costituzione avevano la fobia del fez, di cui sopra, dicevo, e Randolfo Pacciardi, in seguito, venne massacrato dall’ala sinistra del PRI, da La Malfa e dal suo gruppo. Zero presidenzialismo. Zero gollismo all’italiana. Alla fine: zero  tout court. Perché il nodo presidenzialista è il nodo della modernità e del governo delle società avanzate. Non c’è modernità senza presidenzialismo. Si rischia di passare dalla pre-modernità alla iper-modernità senza passare per la modernità. E’ accaduto nel Belpaese. Che, oggi, è tutto iper/post-moderno, ma stenta a farsi autenticamente moderno e laico fino in fondo.

Le nazioni moderne – dall’Inghilterra agli USA, questi ultimi con le particolarità storiche che tutti conosciamo – sono governate da presidenti forti. Li chiamano premier e l’istituto in oggetto è la premiership. In Italia, chiamiamo Premier il Presidente del Consiglio, con una certa nostalgia delle origini moderne della politica avanzata, che si pone sotto l’egida del presidenzialismo. Ma non si tratta di premier. Ma di un coordinatore speciale di un gruppo di autorità monocratiche sganciate dall’autorità presidenziale. Tremonti scrive il programma economico del governo e Berlusconi ratifica. Impensabile altrove. Ma la questione è interamente ascrivibile al caso-Italia. E la crisi attuale – che vede la politica in prima linea, tra salvataggi e nazionalizzazioni di banche e accordi sistemici in vista di rating improvvisi – merita un presidenzialismo all’altezza della situazione. Altrimenti, la tecnocrazia avanza sulle macerie.

Come scriveva Benjamin negli anni dei totalitarismi (di scuola): la violenza si dispiega nel deserto delle ombre. Se non riusciamo a mettere mano alla Costituzione – prima parte-vacca sacra inclusa -, come Randolfo Pacciardi, Gianfranco Miglio, Giano Accame e Bettino Craxi (due sostenitori del “socialismo nazionale”, più moderno dei tassatori di vecchi e prime case), infine, buoni ultimi, Franco Debenedetti e un gruppetto di libertari italiani, l’Istituto Bruno Leoni; se non cogliamo il nesso tra crisi del sistema e crisi dei principi; se non guardiamo la realtà dall’alto di un principio ordinatore, ma andiamo a spizzichi e bocconi, spacciando questo pragmaticismo cinico per popperismo adulto, bene, allora meritiamo la gogna dei tecnici. E’ la storia che ci fa pagare dazio, prima o poi.

Come Carlo Pelanda scrive efficacemente, da tempo, con il presidenzialismo – ossia un presidente forte, che governa, ci mette la faccia, guida i ministri nel quadro di un progetto di riassetto nazionale e nel contesto di pesi e contrappesi istituzional-parlamentari (senza eccedere in questi ultimi, perché di parlamenti modello aule sorde e grigie si può morire) – si viaggia alla grande, si risparmiano risorse, si diventa più credibili e affidabili, insomma si fa della governabilità craxiana il centro della modernità.

Perché tra veti, falsi contrappesi, finte alternative e corporativismi rappresentati in parlamento (andate a vedere quanti magistrati, avvocati, commercialisti e sindacalisti paghiamo, per far numero, mille circa, per l’esattezza: e dov’è la sbandierata “modernità” in questo barocchismo finto geometrico, bicameralismo perfetto, incluso pallottoliere?) muore la politica come arte di governo e “reggimento” laico della società, secondo Machiavelli, Mosca, Pareto e Michels, la nostra sana e feconda scuola politica nazionale. Muore la politica e viene abortito il progetto moderno, per far posto al “salto della quaglia” vagolante tra pre-moderno e iper/post-moderno: tra i comizi sui tavoli delle osterie e la medianicità totale di ogni gesto individuale, spacciato per ultima thule della politica (leggere la nuova voce del Dizionario Impolitico: “bunga-bunga”). Da un “evo” all’altro senza soluzione di continuità. La mediazione della modernità politica e laica, saltata, spappolata nel giro di vite degli ingranaggi ideologici italioti.

Il Moderno si è fermato nelle aule giudiziarie targate anni ’90. Ma di quegli anni nessuno vuole più parlare. O ingoiati dal berlusconismo o distrutti dalla violenza della gogna mediatico giudiziaria, si trovano in mezzo al deserto delle ombre. Invece, per capire l’oggi, è da lì che dovremmo ripartire.  Una modesta proposta per prevenire (e forse saggiamente anticipare).

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