The Artist

By Redazione

dicembre 10, 2011 Cultura

La scommessa era importante: imporre al pubblico del 2011 un film d’essay che per la quasi totalità della durata è in effetti un esemplare di cinema muto. “The artist” , una pellicola fortemente voluta da Michel Hazanavicius, con lo strepitoso John Goodman, che recita come gli artisti dei bei tempi di inizio Novecento insieme a James Cromwell, Penelope Ann Miller e Missi Pyle, questa sfida l’ha vinta.

Certo la Bim, che lo distribuisce in Italia a partire dal 9 dicembre, cioè oggi, non può aspettarsi le scene di delirio e di assalto ai botteghini che caratterizzavano i film di Douglas Fairbanks al principio del secolo scorso, ma pur sempre questo film, che fu tra i più quotati all’ultimo festival di Cannes, fa la sua porca figura.
La trama è semplice: siamo nella Hollywood del 1927 e George Valentin è un divo del cinema muto all’apice del successo. Solo che non sopporta l’avvento dei film parlati, che fatalmente lo fanno scivolare nell’oblio. Intanto Peppy Miller, una giovane comparsa, di cui lui è stato anni addietro il pigmalione e l’amante, viene proiettata nel firmamento delle stelle del cinema.

Lei salverà lui o almeno tenterà di farlo. Come si vede la storia è pari pari quella tra Greta Garbo e Douglas Fairbanks trascinato dalla diva tedesca di nuovo sulle scene dopo il suo abbandono a causa dell’ingresso del suono e della voce nella cinematografia. Proprio nel film, l’attore che interpreta la parte di Georg Valentin, alter ego di Fairbanks, ha un vero e proprio incubo in cui recita in un film muto.
O meglio muto solo per quel che riguarda la sua voce perché fuori e intorno a lui nella scena tutto emette suoni e rumori mentre lui si guarda allo specchio e urla restando senza parole. Un incubo da raccontare al professor Freud ma anche una metafora che descrive benissimo il travaglio interno al divo e la propria spocchia di volere restare nel proprio mondo mentre tutto intorno cambia.

In un’intervista il regista racconta così la propria decisione di cimentarsi nella cosa: “Jean-Claude Grumberg, sceneggiatore e drammaturgo, amico dei miei genitori, mi aveva raccontato che un giorno aveva proposto a un produttore la storia di un attore del cinema muto spazzato via dall’avvento del parlato e il produttore gli aveva risposto: “Fantastico! Ma gli anni ’20 costano troppo, non potresti ambientare la storia negli anni ’50? Mi sono ricordato di quell’episodio e ho iniziato a lavorare in quella direzione e a ragionare sull’arrivo del cinema parlato.
Non faccio film per riprodurre la realtà, non sono un cineasta naturalista. Mi piace creare uno spettacolo che possa intrattenere il pubblico, mi interessa la stilizzazione della realtà, la possibilità di giocare con i codici”. E bisogna dire che ci riesce benissimo.

Partendo da questa idea, imbattersi nella storia vera, da lui un po’ romanzata, del rapporto tra la Garbo e Fairbanks, è stato quasi un corollario della scelta iniziale. E il duplice risultato ottenuto da questo film, oltre a imporre al pubblico il cinema muto quasi cento anni dopo la sua scomparsa, è stato quello di riportare la sala di proiezione al silenzio interiore, al sentimento, strappandola da quell’orgia di rumori ed effetti speciali che ultimamente nascondono la pochezza di idee di cineasti e produttori. Un po’ come in quei ristoranti dove si maschera la scarsa qualità del cibo con la poderosa aggiunta di sale in tutti i piatti. Ma gli spettatori cinematografici, e i lettori, non sono tutti di bocca così buona come se li immaginano le Majors: qualcuno dal palato raffinato ancora esiste.

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