L’Italia è ingovernabile?

By Redazione

dicembre 8, 2011 politica

Silvio Berlusconi è sembrato alquanto autocompiaciuto fino all’ultimo momento in cui è stato in carica. Mentre a Roma all’inizio di novembre il costo dei fondi saliva, il primo ministro italiano sosteneva che le finanze del suo governo erano in gran forma e che l’economia italiana godeva di buona salute. “Un paese benestante, con i ristoranti pieni e i biglietti aerei prenotati”, disse al summit del G-20 a Cannes. Solo quando l’8 novembre Berlusconi ha perso la maggioranza parlamentare, il suo sorriso ha lasciato il posto ad una smorfia e la sua inossidabile abbronzatura ad un non so che di pallido.

L’era Berlusconi doveva proprio finire così, 17 anni dopo la prima elezione del Cavaliere? Forse no, dice David Gilmour. Ciò che sorprende lo scrittore/storico è che la fine di quest’era non sia giunta ancora prima.

“Sarebbe dovuta finire molto tempo fa. Sarebbe dovuta finire all’interno dell’Italia, e per ragioni tutte italiane. Penso che non sarebbe riuscito a sopravvivere così a lungo in nessuna nazione dell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti. Non sarebbe sopravvissuto così a lungo, tanto meno sarebbe stato eletto in tre tornate elettorali a larghissima maggioranza.”

“The Pursuit of Italy”, l’ultimo libro di Gilmour, è un’ampia escursione attraverso la storia d’Italia, una sorta di tour in ordine cronologico ma con frequenti digressioni. Secondo Gilmour, inizialmente doveva essere un libro molto più breve, concentrato sui secoli XIX e XX. Ma i suoi editori continuavano a spingerlo a seguire le tracce sempre più a ritroso. “Vai fino a Romani, David. Arriva a Cicerone”.

Nel racconto di Gilmour, risulta che Cicerone ha molto da dire riguardo all’Italia di oggi, ma la vera origine dei guai dell’Italia moderna è comunque più recente. Secondo Gilmour, la ‘ragioni italiane’ per le quali Berlusconi sarebbe dovuto cadere hanno a che fare con le forti divisioni del paese su base regionale, che portano a fratture continue nella politica nazionale e creano istituzioni deboli. Per questa ragione, l’unificazione della nazione ha avuto un costo incalcolabile. Gilmour ne parla seduto davanti al caminetto del suo studio, in un cottage ristrutturato nel cuore delle pianure dell’Oxfordshire.

Nel 1860, Giuseppe Garibaldi, marinaio e radicale, condusse una truppa di soldati lungo la penisola italiana e sconfisse l’esercito di Sicilia e Napoli, nel nome del re di Sardegna, Vittorio Emanuele II. Garibaldi aveva già mancato due volte il suo progetto di unificazione dei regni d’Italia. Aveva passato anni in esilio oltreoceano prima di ritornare all’isola di Caprera, vicino la Sardegna, nel 1854.

La terza volta fu quella buona. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele fu proclamato capo di stato di una nuova nazione, chiamata Italia. Se i nuovi abitanti della penisola volessero realmente essere ‘italiani’, però, fu in questione sin dall’inizio. “Il sud non era unito”, dice Gilmour. “Era stato conquistato”.

I primi problemi non tardarono a venire a galla. Durante i cinque anni che seguirono l’unificazione, i napoletani dichiararono guerra al giovane governo nazionale. Alla fine, quando quella rivolta fu soppressa, i siciliani insorsero. Neanche gli abitanti del nord avevano tanta voglia di dividere una nazione con quelli del sud. Nel libro, Gilmour cita un importante politico e giudice che gli disse, qualche decennio fa, che “Garibaldi fece un grave danno all’Italia. Se non avesse invaso la Sicilia e Napoli, noi del nord avremmo avuto lo stato più ricco e civilizzato d’Europa. Certamente a sud avremmo avuto un vicino di casa simile all’Egitto”.

Oggi, sentimenti di questo tipo sono ancora vivi e vegeti tra molti italiani. “Se andassi a Pisa oggi e chiedessi ad un pisano come si indentifica”, dice Gilmour, “penso che per prima cosa ti direbbe come un pisano. Poi come un toscano. Infine, anche italiano, certo, e magari europeo. Ma il pisano e il toscano vengono molto prima”.

Il governo nazionale non viene visto molto diversamente dalla gente. “Nessuno vuole essere governato da Roma, e Roma è l’unica capitale perché fu la capitale dell’Impero [Romano]… In effetti la scelta di qualsiasi città italiana in qualità di capitale riceverebbe critiche. Perché dovrebbe essere Milano, ma è troppo a nord. Era Torino, ma era troppo francese. E Napoli è impossibile per altre ragioni”. La città di Roma divenne capitale della nuova nazione soltanto nel 1870, “perché nessuno riusciva a mettersi d’accordo su nessun’altra”.

Furono le vecchie divisioni a creare la crisi odierna? Sicuramente hanno reso molto più difficile portare avanti un’azione di governo nazionale. I partiti politici italiani tendono ad essere insiemi di interessi regionali senza un fondamento ideologico chiaro. Le fazioni si alleano momentaneamente per vincere le elezioni e poi di sparpagliano prima della successiva tornata elettorale. Le idee politiche forti vengono compromesse e diventano irrilevanti. Governo dopo governo non si riesce ad ottenere niente di significativo. Quelle che viene vista come incompetenza dei politici italiani, ad esempio, nel bilancio o nella semplificazione della burocrazia, è in realtà il risultato di falle profonde che riguardano l’intero sistema.

In uno scenario politico così cupo, Berlusconi riusciva a spiccare, non fosse altro che per una forte personalità. È stato così determinante che Gilmour non è sicuro che lo si possa considerare del tutto fuori gioco. “Lui dice che probabilmente non si ricandiderà, ma sarebbe interessante vedere quanti voti riuscirebbe a prendere se si presentasse alle prossime elezioni. Io credo che ne prenderebbe un bel po’”.

Il fatto che un nuovo governo Berlusconi sia considerato tra le possibili alternative future, suggerisce uno scollegamento tra le scelte degli italiani alle urne e il loro atteggiamento verso i propri leader. La partecipazione degli italiani alle tornate elettorali supera in percentuale quella della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. “Il 70-80% degli italiani si presenta diligentemente e vota per lo stesso partito ogni volta, anche se si sa che non cambierà granché”, dice Gilmour. “La maggior parte degli italiani pensa al governo come a qualcosa che non gli sarà d’aiuto e qualcosa da evitare il più possibile. Ma la cosa curiosa è che andranno comunque a votare”.

Tuttavia, non hanno votato per Mario Monti, e sul nuovo premier italiano Gilmour è ottimista, con qualche riserva. Sottolinea che un governo tecnico ha dei precedenti in Italia. un gabinetto di ministri capaci e burocrati fu in carica nel 1994, dopo che il collasso della coalizione capitanata da Berlusconi lo costrinse a dimettersi da primo ministro. Anche allora sospetti di corruzione e altri crimini molto più gravi ai vertici, fecero desiderare agli elettori l’avvento di un governo di ‘saggi’, che fossero in grado di ripulire il disastro combinato dai leader eletti.

Esperienze di questo tipo potrebbero anche aiutare a spiegare l’atteggiamento degli italiani verso l’Europa  e l’Unione Europea. Ho chiesto a Gilmour perché, se in Lombardia sono così avversi ad vedersi uniti alla Calabria, dovrebbero essere così favorevoli a dividere un governo con spagnoli, greci e tedeschi. “Gli italiani credono, ed hanno sempre creduto, che l’Europa possa risolvere i loro problemi, quelli che i loro governi non osano affrontare,” dice. Molto prima dell’attuale crisi gli italiani vedevano Bruxelles e l’Union Europea come gli adulti responsabili di turno. “Penso che la sfiducia nel loro governo sia sempre maggiore della sfiducia dell’Europa”.

Gilmour si prende più tempo per rispondere quando gli chiedo perché, se un’Italia unita è stata sempre destinata a fallire, non ha ancora fallito. “Sai, potremmo dire che più o meno ha fallito, ma senza spaccarsi del tutto. È una cosa piuttosto grave che il secondo partito al governo sia contrario ad un’Italia unita, no?”

Il partito in questione sarebbe poi la Lega Nord, con base a Milano, storico alleato della coalizione di Berlusconi. Gli elettori della Lega Nord si sono mobilitati per un maggior federalismo fiscale e anche per la secessione immediata di 11 regioni italiane del nord. In molti contesti sono considerati pericolosi populisti, che al bar si lamentano di quanto il sud sia incivile.

Ma al nord ci sono anche quelli che hanno un sentimento separatista molti più radicato. “In Italia,” dice Gilmour, “gli uomini d’affari del nord non sopportano di dover competere con uomini d’affari in Austria, Slovenia, Svizzera. Non sopportano di dover dare tutti questi soldi al sud mentre loro cercano di restare competitivi. Specialmente quando sentono di non essere veramente parte della stessa nazione, e quando capiscono che tanti di quei soldi vengono sprecati e finiscono nelle mani della mafia”.

La devolution è una soluzione, ed è solo grazie agli sforzi della Lega Nord se la questione del federalismo è in discussione a Roma. È improbabile che il governo Monti possa far qualcosa al riguardo prima delle prossime elezioni, ma almeno secondo Gilmour una maggiore autonomia regionale sarebbe l’unico collante che a lungo termine potrebbe risolvere la disfunzioni politiche della nazione. “Penso che qualora l’Italia avesse un futuro come nazione unita, deve essere un futuro si stato federale, altrimenti collasserà,” dice. “Ma è difficile essere ottimisti sul futuro della politica italiana”.

È difficile racimolare ottimismo anche per l’economia italiana. “C’è troppa burocrazia in questi paesi. A Milano non puoi neanche fare il tassista perché c’è un cartello per avere la licenza. E tantissime professioni in Italia sono ereditarie. Se sei un dentista, prima o poi cederai l’attività a tuo figlio, che in Gran Bretagna o negli Stati Uniti sarebbe impossibile, a meno che tu non sia particolarmente qualificato”.

Ma aggiunge: “Di base gli italiani sono talentuosi, pieni di risorse e possono farcela, se non vengono imbrigliati e ammanettati dalle leggi relative al mercato del lavoro ecc. Ha funzionato in passato”.

Non si riferisce solamente al boom del dopoguerra degli anni ’50 e ’60, o al periodo degli anni ’80 e dei primi anni ’90, quando il Pil italiano arrivò anche a sorpassare quello britannico. “Gli italiani hanno sempre avuto l’ossessione di cosa il resto dell’Europa pensasse di loro,” dice Gilmour. “Sono molto consapevoli del fatto che per secoli sono stati non solo il popolo più civilizzato d’Europa, ma anche il più ricco. Non volevano combattere guerre e costruirono città meravigliose e piene d’arte. Hanno esportato il sistema bancario in Germania. I genovesi erano i banchieri dell’impero spagnolo”.

“E poi verso la fine del XVIII secolo realizzarono che erano più poveri del resto d’Europa e che venivano spesso derisi. Mussolini era ossessionato: Il mondo ci crede suonatori di mandolino e locandieri, e che siamo solo un museo per i turisti”.

Nonostante la necessaria distanza professionale da storico, Gilmour non nega di essere un grande ammiratore della cultura italiana – un devoto studioso ma anche un inguaribile innamorato dell’Italia. per fare ricerche per “The Pursuit of Italy” ha passato molto tempo in ognuna delle 20 regioni d’Italia. Ha scoperto che il meglio dell’Italia si trova lontano dalle grandi città, vivendo nelle piccole città e nei paesi.

“Questa è l’identità italiana più radicata: in una piccola città di 80.000 abitanti, dove troverai ancora i teatri e le sale per i concerti”. Riferendosi alla città più vicina ad Alkerton, il suo paese, dice: “Se vai a Bandbury, sei fortunato se al cinema trovi un film che volevi vedere. Di avere una sala per i concerti  qualcosa del genere, non se ne parla neanche”.

La cultura italiana, in altre parole, è sia profondamente provinciale sia di respiro internazionale. Semplicemente, non è nazionale. È strano per qualsiasi nazione vivere 150 anni di tumulto, per non parlare del rischiare un blocco massiccio della moneta. Quando un sistema crolla si dice che c’è una ‘crisi’. Come si dice quando un sistema non ha funzionato dall’inizio?

L’articolo di Raymond Zhong è comparso su The Wall Street Journal lo scorso 25 novembre.

                                                      Traduzione a cura di Irene Selbmann

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