Gli orfani di Berlusconi

By Redazione

dicembre 8, 2011 politica

Silvio, torna: ‘sta casa aspetta a te. Nemmeno il tempo di riaversi dalla detronizzazione, e già Silvio Berlusconi lascia dietro di sé uno stuolo di orfani inconsolabili. Figli e figliastri di un ventennio di berlusconismo di lotta e di governo che forse non sapeva nemmeno di avere, ma che ora piangono calde lacrime su quello scranno adesso occupato dal compassato professor Monti.

In prima fila, con il lutto al braccio, ci sono i peones del Pdl a Montecitorio. Quelli alla loro prima legislatura, che sentono ticchettare con echi inquietanti l’orologio biologico del loro mandato parlamentare. Ma anche quelli che arrivano dalla militanza e dal territorio, e che ai loro elettori dovranno spiegare praticamente di persona perché voteranno sì alla manovra lacrime e sangue che riporta in auge l’ici e tartassa la classe media. Lo vuole Alfano, va bene, e per questo motivo manderanno giù il rospo in silenzio. Ma quando c’era Lui (Silvio), certe cose non succedevano.

Poi ci sono coloro i quali in Berlusconi avevano trovato la corsia preferenziale per guadagnarsi i celeberrimi quindici minuti di celebrità di Warholiana memoria. Come Domenico Scilipoti: deputato, ginecologo e agopuntore. Il luminare responsabile era stato chiamato ad accanirsi terapeuticamente su una maggioranza moribonda per tentare di mantenerla in vita il più possibile. Ha fatto la sua parte, fino all’ultimo. Lui, che tutti additavano come “traditore” dopo che aveva mollato l’Idv per salvare il Cavaliere, adesso piange l’ex premier molto più di tanti suoi sodali della prima ora. E il giorno della fiducia a Monti, in aula, il lutto al braccio l’ha portato per davvero. 

La lista delle prefiche si allunga a sinistra. A cominciare dal segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani. Il suo mantra, “Berlusconi si dimetta”, l’aveva portato per settimane in pompa magna sulle prime pagine di tutti i giornali. Adesso non parlano di lui nemmeno le prime pagine di quelli che dovrebbero essere i “suoi” giornali: “L’Unità” ed “Europa”. Sono troppo impegnati a contraddirsi a distanza su meriti e demeriti della manovra di Monti per dare retta al loro (?) leader politico di riferimento.

Per Bersani, tornare a fare il segretario del Pd a tempo pieno è stato uno shock. Non è più tempo delle dichiarazioni alla stampa, tutte uguali l’una all’altra ma sempre efficaci. Ora deve fare i conti con l’ira dei sindacati (un tempo) amici, pronti a voltare le spalle al partito e a scendere in piazza contro la manovra “lacrime e sangue”. Deve contenere gli imbarazzi per un partito che va sì forte nei sondaggi ma senza più il collante dell’antiberlusconismo rischia di implodere. Per non parlare poi delle alleanze. Fino a qualche mese fa, con Berlusconi al governo, Bersani poteva permettersi di sognare un grande arco di consensi da Sinistra e Libertà all’Udc. Oggi, invece, persino la liaison con l’Italia dei Valori comincia a segnare il passo. Ah, nostalgia canaglia. 

Antonio di Pietro è quello che ha pagato il prezzo più alto. L’ex pm era entrato in politica con l’unico obiettivo di fare la guerra a Berlusconi. Nient’altro. Per undici anni, alla guida dell’Italia dei Valori, ha mantenuto la promessa. Adesso, invece, gli tocca persino prendere decisioni importanti. Come pronunciarsi sulle “accettate” della premiata ditta Monti-Fornero. Prudentemente, ha scelto di restarsene in disparte, riservandosi di dire la propria solo al momento del voto in Parlamento. Diserta il confronto con il premier e fa sudare freddo gli alleati del Pd, che temono di vederlo passare all’opposizione da un momento all’altro, lasciando loro il cerino in mano. Ma, nei rari momenti di quiete,  il pensiero non può fare a meno di volare ai bei tempi in cui c’era sempre una posizione da prendere. Contro Berlusconi, of course.

Piange anche il deputato dell’Idv Francesco Barbato. Sono finiti i tempi in cui si sbracciava contro Berlusconi dagli spalti di Montecitorio, sudato, smanicato, rosso in viso e con il fiato corto. Sono finiti i tempi in cui riscuoteva le ovazioni degli scioperanti in piazza Colonna, in risposta alla promessa di lanciare una statuetta in testa all’allora premier per ogni operaio Fiat licenziato. L’ultimo sprazzo di notorietà l’ha avuto quasi un mese fa grazie alla sua zazzera riccioluta: ai giornali aveva detto di volerla tagliare per festeggiare la caduta del “tiranno”.

Persino all’estero la dipartita (politica, per carità) di Berlusconi ha creato un vuoto incolmabile. Il primo a sentirne la mancanza è il duo comico transfrontaliero Merkel-Sarkozy. Con Berlusconi al governo, riuscivano addirittura a farsi passare per statisti, nascondendo abilmente sotto il tappeto un debito pubblico da spavento e un sistema bancario alla canna del gas. Non solo. In conferenza stampa deliziavano i cronisti con gustosi siparietti a suon di gomitate e risatine complici. Adesso non c’è proprio più niente da ridere. Anzi. Quando le agenzia di rating priveranno Francia e Germania della tripla A, non rimarranno nemmeno più gli occhi per piangere. 

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