Il Pd è con Monti. Anzi no

By Redazione

dicembre 7, 2011 politica

Menichini contro Sardo. No, nessuna polemica in corso. Lo scontro emerge dalle contrapposte linee di Europa e Unità, quotidiani di area Pd. Uno impegnato in una serrata difesa dell’operato del governo, l’altro che lo boccia senza tante carinerie.

“Nessun intervento serio per recuperare le tasse non pagate”.  “Visco: continuità con il governo Berlusconi”. “Un costo pesante per le famiglie a basso reddito” E poi un cubitale: “Troppi sconti agli evasori”, titolo spiegato da un editoriale di prima che attaccava: “Appena tre misure, per di più blande o inefficaci, e in alcuni casi infilate all’ultimo minuto”. Una cura medioevale per le parti basse del governo Monti, per parafrasare il Ving Rhames di Pulp Fiction. Come phisique du role, nel mondo della carta stampata chi più di Alessandro Sallusti si avvicina al cipiglio canuto dell’eroe tarantiniano? Peccato che i virgolettati che strapazzano i tecnici di Palazzo Chigi non provengano dal battagliero Giornale sallustiano, ma proprio dall’Unità di Sardo. Che nel suo ultimo editoriale ha sostenuto fermamente la linea battagliera dei titolisti: “Il carico maggiore è ancora sulle spalle delle famiglie, dei ceti più deboli, delle classi medie. […] È evidente il bisogno di riequilibri”. Insomma, “il centrosinistra deve battersi per migliorare il decreto”. Quasi una bocciatura, se non fosse per la chiosa: le correzioni apportate da Pd e soci “non indeboliranno Monti. Anzi lo rafforzeranno nella sua missione di servizio al Paese e, speriamo, dell’Europa”. Un tono stemperante che si perde nel leggere le tre interviste che il giornale pubblicava ieri, tra Bonanni che già incubava lo sciopero e invocava barricate per reggere “l’attacco ai pensionati”, il perentorio “Si deve cambiare su pensioni, iva ed evasione” di Rosy Bindi e il “Noi non ci stiamo” di scalfariana memoria di Antonio Di Pietro.

La redazione web invitava i lettori a “partecipare” alla correzione della manovra: “Chiediamo il contributo anche a voi lettori: raccontate su Unità.it come la manovra vi cambierà la vita, inviateci le vostre storie”. Insomma, insieme ad una lacrima, strappate al governo anche un sì a qualche emendamento democratico.

Tutto chiaro, no? Questa la posizione del Pd. O meglio, della segreteria del Pd. Perché se si va a spulciare Europa, l’altro quotidiano di casa, ci si imbatte in posizioni che definire non consonanti è voler usare un benevolo eufemismo. Immediatamente prima del varo della manovra, Stefano Menichini ha impostato senza mezzi termini la linea del quotidiano di via della Scrofa: “Verrebbe da dire: vai Monti. Questa è la marcia che serve, l’unica possibile, e questo è il momento, prima che l’Italia dei veti e delle corporazioni possa mettersi di traverso”. E si illudeva: “La durezza equa di Monti sarà una durezza nella quale il Pd potrà e dovrà riconoscersi pienamente”. Illusione crollata sotto la gragnuola di distinguo messa in piedi dal partito nel leggere le norme contenute nel Salva-Italia. Anche se negli ultimi giorni è stata mitigata nei toni, la linea non è indietreggiata di un millimetro dalla ridotta montiana sulla quale si è assestata. E ieri sempre Menichini spiegava “Come farsi passare i mal di pancia”. Definendo sì il lavorio di Bersani, Letta e compagni “per migliorare la manovra” come medicina efficace per i malumori in casa democratica, ma prendendosela con un “modo improduttivo e pericoloso di curarsi il mal di pancia”, e insistendo su un Pd che “con questo governo non c’entra nulla, che mette i voti in parlamento ma non la volontà né la responsabilità”. Critica che, sia pur declinata impersonalmente, ha fatto fischiare le orecchie di buona parte dello stato maggiore del partito.

Volendola inquadrare con un margine di approssimazione piuttosto elevato, la faccenda è quella dello scontro tra la segreteria bersaniana, che non ha nessuna intenzione di farsi rosolare a fuoco lento intestandosi acritiche responsabilità sulle lacrime e sul sangue, e l’opposizione renzian-veltroniana. Se riuscissero a logorare la leadership del segretario quanto basta, l’argomento della candidatura a Palazzo Chigi potrebbe improvvisamente tornare d’attualità. 

(l’Opinione)

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