German Brothers

By Redazione

dicembre 7, 2011 Esteri

Nel bel mezzo della crisi dell’eurozona e della guerra finanziaria che si sta combattendo tra dollaro ed euro, la Germania prende schiaffi da tutti: l’agenzia di rating Usa Moody’s ha drasticamente declassato dieci Landesbanken, le banche pubbliche regionali dei sedici stati regionali della Repubblica federale. Istituti in crisi di liquidità e con scarse probabilità di ricevere aiuti statali. Un motivo fondamentale del downgrading sono le conseguenze per le banche regionali delle nuove norme introdotte in Germania, e cioè l’abrogazione della garanzia automatica di aiuto pubblico alle Landesbanken in difficoltà. Abrogazione in conseguenza della quale ogni problema di debito o di esposizione in debiti sovrani di paesi in difficoltà pesa ora molto più di prima sulle Landesbanken stesse.

È una brutta figura per la potenza-leader d’Europa, e un problema in più per il suo sistema bancario che da tempo soffre di problemi strutturali. Le Landesbanken, che per la maggior parte sono di proprietà condivisa degli Stati ove risiedono e delle rispettive Sparkassen (Casse di risparmio), sono da anni criticate per la loro scarsa efficienza, i numerosi investimenti errati, l’eccessivo influsso dei politici sui loro vertici. Nel corso della crisi finanziaria internazionale del 2008-2009 molte Landesbanken sono state salvate dalla bancarotta solo grazie a forti aiuti pubblici.

Ma c’è di più, secondo il settimanale tedesco Der Spiegel a breve il governo tedesco sarà costretto a nazionalizzare la Commerzbank, il secondo istituto tedesco del paese, la più insolvente in Germania, da tempo a corto di liquidità. Il governo tedesco potrebbe entrare nel capitale se l’istituto di credito di Francoforte non riuscisse a trovare le risorse necessarie per varare un nuovo aumento di capitale, dopo aver già innalzato la quota al 25%, per sopravvivere alla crisi finanziaria, innescata dall’acquisto di Dresdner Bank.

Ci si chiede ora quale sarà la prossima banca a saltare dopo quella meno ‘liquida’ al mondo. Andando ad analizzare i livelli di ‘tier 1’, le prossime vittime potrebbero essere la Deutsche Bank insieme alla Postbank, la prima banca europea e a ruota potrebbero seguire la svizzera Credit Suisses e le francesi Bnp e Socièté Génèrale. Ma torniamo alla Germania, perché a guardare questo elenco di notizie sarebbe proprio questo il paese a rischio sistemico di default, più che l’Italia. E ora si spiegano anche le decisioni dell’European Banking Authority di penalizzare gli istituti della penisola, costringendoli a ridurre l’esposizione sul debito italiano. Inducendo, di conseguenza, vendite massicce di titoli pubblici e causando in questo modo il conseguente crollo degli ‘asset core tier’, segnalato dalla corsa incessante degli spread con i titoli tedeschi insieme alla necessità di massicce ricapitalizzazioni.

Negli ultimi tempi anche gli italiani hanno scoperto un paio di cose di cui avevano ignorato per decenni l’esistenza: lo spread ed i Bund. Negli ultimi tempi il differenziale è schizzato in alto, perché ‘improvvisamente’ i mercati sono preoccupati dal debito pubblico italiano, 1890 miliardi di euro pari al 120% del PIL, fin qui nulla di nuovo. Perché guardando bene le cose sembra che nemmeno la Germania sia una nazione così virtuosa come vuol far credere.

Infatti, ricordate il caso clamoroso dei conti pubblici della Grecia, truccati per poter entrare nell’Euro (con l’aiuto di Goldman Sachs)? Orrore e sconcerto assalirono tutti gli Stati virtuosi, Germania e Merkel in testa. Ebbene anche i tedeschi sono maestri nei giochini contabili e da oltre 16 anni barano sui conti pubblici, non includendo tra le passività quelle generate dalla Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), circa 428 miliardi di euro, una sorta di nostra Cassa Depositi e Prestiti, posseduta per l’80% dallo Stato e per il restante 20% dai Länder. Non solo. La KfW eroga mutui a enti locali e piccole e medie imprese. E detiene anche partecipazioni cruciali in colossi come Deutsche Post e Deutsche Telekom. È vigilata dai ministeri delle Finanze e dell’Industria, e non dalla Bundesbank. Grazie al legame di ferro con lo Stato, la KfW ha la tripla A nella classifica mondiale dell’affidabilità, stilata da Global Finance, nonché il massimo rating da parte di Moody’s, Standard Poor’s e Fitch: come l’intera Repubblica Federale. Le sue obbligazioni sono dunque uguali ai Bund. Ma a differenza dei Bund, magicamente non entrano nel conto del debito pubblico. Se vi entrassero, come la logica del Trattato di Maastricht vorrebbe, il debito pubblico tedesco salirebbe da 2076 miliardi a 2504 miliardi (di gran lunga il più alto debito pubblico europeo), e la sua incidenza sul prodotto interno lordo 2011 balzerebbe dall’80,7% al 97,4%. Una bella differenza.

L’escamotage utilizzato per quest’imbroglio contabile bello e buono, si chiama Esa 95. Si tratta del manuale contabile che esclude dal debito pubblico, a integrazione dei criteri di Maastricht, le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie; ma che coprono il 50,1% dei propri costi con ricavi di mercato e non con versamenti pubblici, tasse e contributi.

Uno schema che ricorda, quello usato dalla Lehman Brothers per mascherare le sue passività e sappiamo com’è andata a finire… Insomma, se KfW si trovasse in crisi di liquidità, alla fine dovrebbe essere sempre lo Stato a dover rispondere del debito.

Ora, come detto in precedenza, la Cassa Depositi e Prestiti italiana è simile alla KfW ed è posseduta per il 70% del Ministero del Tesoro mentre per il restante 30% dalle Fondazioni Bancarie (quindi da entità private). La Cdp emette anno dopo anno obbligazioni che godono della garanzia statale e sono collocate dalle Poste sotto forma di buoni e di libretti. Per approssimazione sono almeno 300 miliardi, due terzi reinvestiti in titoli di Stato e un terzo in mutui agli enti locali.

La Cdp emette anche obbligazioni non garantite per una ventina di miliardi destinate alle iniziative per le imprese e detiene partecipazioni rilevanti. Ma il suo debito è per tutta la parte coperta da garanzia pubblica e soprattutto viene conteggiato nel debito pubblico!

E allora,alla luce di quanto sopra bisognerebbe mettersi d’accordo. Le regole sui bilanci devono essere rigide ed uguali per tutti. Quindi, o anche la Germania conteggia tutte le passività, oppure a Paesi come l’Italia andiamo a scorporare quelle che per la Germania non vengono fatte valere.

Fatto ciò il quadro cambia di parecchio e sopratutto bisogna chiedersi se il nuovo governo, così amico della Merkel e di Bruxelles, abbia intenzione (e non lo crediamo) di far valere queste ragioni.

In ogni caso siamo vittime di un’Europa e di una moneta unica che sembra sempre più un Marco Tedesco. Dalla parificazione del valore dell’Euro con la Deutsche Mark in poi, tutto il vecchio continente è stato reso nei fatti un mercato privilegiato della Germania. Mercato in cui hanno sbaragliato la concorrenza prima a livello produttivo-industriale, poi a livello finanziario. Chi ha provato ad esprimere questi fatti è stato tacciato, fino ad ora, di anti-europeismo. Ora però questo mercato (e sopratutto quello finanziario) sembra entrare in una crisi dagli esiti imprevedibili, così come imprevedibile è il destino della sua espressione simbolica, l’Euro appunto. Forse per questo nelle ultime ore sui mercati si è diffusa la voce che Standard & Poor’s è pronto a ridurre il suo giudizio sui paesi europei e anche Francia e Germania, dopo Stati Uniti, potrebbero perdere il voto massimo, quella tripla A che ha finora ha garantito la forza dell’euro e la liquidità dei titoli di questi paesi.

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