Dove cantano le nuvole

By Redazione

dicembre 7, 2011 Cultura

Cimentarsi in un documentario sugli Inti Illimani per i due registi italiani Francesco Cordio e Paolo Pagnoncelli deve essere stato  molto gratificante. Il pericolo era ovviamente quello di scadere nel politically correct di sinistra, nel nostalgico rievocativo compreso nella canzone “El Pueblo”, quello “unido ” che “jamas sera vencido”, e nelle riesumazioni degli anni ’70. Anni nei quali il gruppo cileno andino passò proprio esilio dorato tra Testaccio e i Castelli romani. “Vendendo più dischi dei Pink Floyd”, almeno in Italia, come ci ha tenuto a rimarcare uno dei vecchi componenti della band proprio nella pellicola in questione. Però, a consuntivo del documentario visto, si può dire senza tema di essere smentiti, che questa impresa artistica fortemente voluta e anche un po’ rischiata da “Distribuzioneindipendente.it” ha ottenuto il risultato sperato. Anche se non giureremmo sull’assalto al botteghino.

In compenso è stato prodotto un film cult, con interviste a tutti i protagonisti dell’epoca. A partire dai componenti del complesso in questione:  Max Berrù, José Miguel Camus, Jorge Coulon, Horacio Duran, Horacio Salinas e José Seves. Questa per la storia  era  la formazione al momento del golpe di Pinochet.

Pregi del film?  Farci capire che l’Italia per  gli “Inti Illimani” è stata quello che anche per i vecchi “Genesis” di Peter Gabriel fu il popolo del rock del Palasport di Roma nei primi ’70: la “patria”. In cui questi profeti che nel proprio paese erano visti con molto più distacco hanno ottenuto un enorme successo.  Il nome del gruppo è composto da due parole: “Inti” ( di origine “Quechua” che significa “sole”) ed Illimani (termine “Aymara” di una cima della catena delle Ande).  La loro biografia in due righe è questa: “costretti all’esilio in conseguenza del golpe cileno del 1973, sono rientrati in patria nel 1988 dove in parte per vendere dischi hanno dovuto riadattare al folk puro e apolitico il proprio genere musicale”.  Si può aggiungere che Il gruppo si formò nel 1967, all’interno dell’Università Tecnica di Santiago del Cile, con un continuo avvicendarsi di suonatori, almeno nei primi anni. Dopo le tournée in Sud America, ecco che  nell’estate del  1973  ci fu la prima in Europa, il salto di qualità tanto desiderato.

Proprio durante questo tour  gli Inti Illimani divennero esuli forzati a causa del  concomitante colpo di stato di Augusto Pinochet (11 settembre 1973). L’esilio in Italia, dove ai membri del gruppo verrà riconosciuto il diritto di asilo politico, durerà dal 1973 al 1988.  In questo lungo arco di tempo, i musicisti vivono inizialmente a Genzano di Roma per poi stabilirsi nella capitale, al Testaccio, da dove appoggeranno le varie manifestazioni politiche  sindacali  della sinistra pro Chile libero. Diventeranno dei feticci, delle bandiere, delle madonne pellegrine della sinistra italiana.

Anni durante i quali si imborghesiscono non poco.  La rivoluzione e la bella vita romana non vanno d’accordo, e in Cile è tutta un’altra storia. Da noi fanno stragi e fanno macelli “specie col vino de li Castelli”. Però va detto a loro onore che rinunciano a molti soldi che gli provengono da vendite, inimmaginabili per un gruppo folk andino, a favore della causa della liberazione del Cile. E questo ci tengono a rimarcarlo ancora oggi e per tutto il documentario, non si sa bene se con qualche rimpianto, visto che il Cile attuale degli Inti Illimani non sembra sapere che farsene, o quasi, e li considera degli archaeopteryx.

Eppure questo gruppo musicale cileno per intere generazioni ha impersonato quello che l’eskimo e il vespone bianco rappresentavano per gli opposti estremisti di destra e di sinistra nelle piazze di Roma e di Milano. Se eri una “zecca” di sinistra ascoltavi gli Inti Illimani, se eri una “zecca” di destra in teoria no.  Solo in teoria, però. Perché al mito rivoluzionario di Allende, come a quello precedente del guerrigliero castrista Che Guevara, spesso hanno guardato con simpatia persino i fasci. Tutto sommato se da una parte gli estremi si toccano e si attraggono, dall’altra i nemici comuni di fascismo e comunismo sono sempre stati il capitalismo e la libertà individuale. Sia come sia, il film va visto perché ricostruisce un pezzo di storia anche patria e senza soverchi nostalgismi.

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