Salvate Aziz

By Redazione

dicembre 6, 2011 Esteri

La notizia tanto temuta alla fine è arrivata. L’Iraq eseguirà la condanna a morte di Tareq Aziz, ex vice Primo Ministro nonché ex Ministro degli Esteri del regime baathista di Saddam Hussein, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalla Mesopotamia. A confermare la notizia è stato Saad Yousif al-Muttalibi, uno dei più stretti collaboratori dell’attuale Primo Ministro Nuri al-Maliki, il quale senza mezzi termini ha sottolineato che l’esecuzione “avrà certamente luogo dopo che gli USA avranno abbandonato l’Iraq”.

Una notizia che, nonostante fosse prevedibile, desta certamente molto scalpore e preoccupazione. La condanna a morte, infatti, pende sulla testa di Aziz ormai dal diversi mesi, ovvero dall’emissione della sentenza da parte dell’Alto Tribunale Iracheno nell’ottobre del 2010. Sentenza in tutto e per tutto simile a quella che vide condannare all’impiccagione anche l’ex rais Saddam Hussein nel 2010 (evento che gettò ulteriore benzina sul fuoco dello scontro tra sunniti e sciiti in Iraq).

L’esecuzione dell’ex numero due del regime iracheno rischia seriamente di far piombare il paese sull’orlo dell’abisso, come fa giustamente notare Badi Arif (uno degli avvocati di Aziz) nel corso di un’intervista telefonica rilasciata all’emittente statunitense CNN. Arif sottolinea come la decisione presa dal governo di dar seguito alla condanna capitale contraddice l’auspicio di una “riconciliazione nazionale” continuamente ricercata da al-Maliki e soci aggiungendo che “l’esecuzione all’indomani del ritiro delle truppe USA condurrà ad ulteriori conflitti tra le fazioni irachene”.

Dopotutto Arif si era già espresso contro la condanna a morte all’indomani della sentenza definendola “sbagliata da un punto di vista (puramente) legale” e spiegando che si tratta di una mera scelta politica che avrà ripercussioni controproducenti proprio per coloro i quali hanno spinto in tal senso.

La sentenza alla pena capitale nei confronti di Aziz fu fermamente condannata anche da Amnesty International nonché dal Vaticano. L’ONG impegnata nella difesa dei diritti umani si espresse per bocca del proprio direttore per il Medio Oriente ed il Nord Africa, Malcom Smart, il quale ribadì che “la pena di morte rappresenta il supremo atto di violazione dei diritti umani e non dovrebbe mai essere applicata a prescindere dalla gravità del crimine commesso”. Giudizio analogo fu espresso dal portavoce del Vaticano, Padre Federico Lombardi, il quale definì la condanna inflitta ad Aziz “il metodo meno adeguato per promuovere la riconciliazione e la creazione di un apparato pacifico e giusto in un paese che ha già sofferto abbastanza” confermando la preoccupazione per un peggioramento della situazione interna al paese.

Un intervento della comunità internazionale potrebbe essere considerato come un atto d’ingerenza, ma potrebbe essere l’unico modo per evitare l’esecuzione di una sentenza destinata ad acuire le tensioni tra sunniti (che in parte continuano a rimpiangere il regime di Saddam) e sciiti (che hanno attualmente il controllo dell’intera macchina statale). A crederci poco, però, è lo stesso Aziz, che avrebbe recentemente confessato al proprio legale tutto il suo scetticismo: “Troveranno un modo per uccidermi e non c’è nulla che possa fare per evitarlo”.

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