Pearl Harbor, oggi

By Redazione

dicembre 6, 2011 Esteri

La storia è piena di casi simili a questo, atti atroci di sangue e rabbia. Qualcuno può affermare che a scadenze casuali e imprevedibili, ogni generazione americana ha vissuto il suo 11 settembre. Bunker Hill e Yorktown,FortSumtereGettysburg. Little Bighorn. La teoria sarebbe esatta, se ignorassimo il fatto che nessun uomo, nessun reduce o sopravvissuto potrebbe mai sentirsi sollevato da un qualunque precedente, né potrebbe trovare in questo una logica, una giustificazione per ciò che ha subito. Neppure dopo 70 anni.

Luckett ha 91 anni ed è un marinaio a Pearl Harbor quando i bombardieri giapponesi attaccano la flotta americana, il 7 dicembre 1941. Per decenni, ha partecipato ai riti di commemorazione organizzati sul fiume Mississippi, vicino a casa sua. Mai un’assenza. All’appuntamento dell’anno scorso si accorge di essere rimasto uno dei quattro veterani presenti. In un anno il numero si è dimezzato e questa volta, per il settantesimo anniversario, sarà uno dei due ultimi reduci ancora in vita. Luckett viene reclutato dalla U.S. Navy con altri 249 riservisti nei pressi di St. Louis, nel dicembre 1940 e si ritrova quasi per caso ad oliare gli ingranaggi del Chew, una ferraglia della prima guerra mondiale ormeggiata a Pearl Harbor. Alle 7.55, la domenica dell’attacco, è in piedi sul ponte: “Improvvisamente fui circondato dal fumo delle esplosioni, gli aerei giapponesi erano dappertutto. La corazzata Arizona saltò in aria davanti ai miei occhi, poco prima di fuggire sottocoperta. Dopodiché, tutto ciò che ho visto è stata la sala macchine.”

Un attacco a tradimento o “il più grande atto di pirateria internazionale della storia” – come raccontano Giovanni Negri ed Elisabetta Petrini inRoma Caput Vini- che porta l’ambasciatore  giapponese Nomura a consegnare la dichiarazione di guerra a Washington, mentre la missione è già in atto da più di un’ora. Il duo scrive che ai nostri antenati Romani andò anche peggio, quanto a pirati, ricordando i Vandali che entrarono nella città eterna dopo anni di saccheggi nel Mediterraneo e colpendo al cuore l’Impero. Era il 455 d.C. ed è probabile che questo tipo di discorso interessi poco o nulla al vecchio Luckett e ai suoi compagni.

Edward Wentzlaff ha 94 anni e anche lui è un ex marinaio. Ricorda bene la corazzata Arizona ferma nella baia di Pearl Harbor. Quella è la sua nave. “La mattina del bombardamento, apparve improvvisamene nel mio campo visivo un aereo, che virando lasciò intravedere un sole rosso dipinto sulla fiancata, il simbolo del Sol Levante.” Il giovane marinaio non ha neanche il tempo di capire cosa succede, appena qualche secondo e un altro aereo sgancia una bomba da 800 chili: muoiono all’istante 1.777 marinai, fra cui 25 coppie di fratelli. La corazzata affonda nel giro di nove minuti. Wentzlaff è salvo per miracolo, perché decide di correre verso la torretta della contraerea, invece che sottocoperta. Poi con un compagno salta su una lancia legata alla nave, evitando il contatto con l’acqua, dove il combustibile sta bruciando. La ferma del marinaio doveva terminare il giorno seguente, ma gli Stati Uniti entrano in guerra e Wetnzlaff viene congedato solo cinque anni più tardi.

Costituiscono l’offensiva 350 bombardieri giapponesi agli ordini del capitano Shigekazu Shimazaki e del capitano Mitsuo Fuchida. Su 96 navi americane, il grosso della flotta del Pacifico, 3 vengono distrutte, tra cui l’Arizona, 6 affondano e 13 sono pesantemente danneggiate. La reazione americana si può riassumere nelle parole dell’ammiraglio Halsey: “Non la faremo finita con loro finché il giapponese sarà parlato solo all’inferno.” Tutto questo e molto altro ancora è presente nel libro -Pearl Harbor: FDR Leads the Nation into Wardi Steven M. Gillon –  e riproposto in uno speciale perla TV-Pearl Harbor: 24 ore dopo, prodotto dal network History Channel, che diventerà un DVD il prossimo gennaio – con un’attenzione particolare a quei dettagli che accelerarono il corso degli eventi a partire dal 7 dicembre 1941.

Gli Stati Uniti vincono la guerra nell’agosto del ’45. Tornato nella sua casa di Nicollett, in Minnesota, Wentzlaff soffre di disordine da stress post traumatico. “Bevevo tutto il whiskey che c’era. Non ho combinato nulla per un anno”, racconta in occasione dell’anniversario dello scorso anno. Dopo un inutile tentativo di andare all’università, decide di fare l’agricoltore. “Ho coltivato mais e soia, mi sono sposato ed ho avuto 5 figli.” Divorzia negli anni ottanta e, oggi, vive felice circondato da 7 nipoti, 15 bisnipoti e 2 trisnipoti. In occasione della commemorazione per i 70 anni dell’attacco, è stato richiamato alle Hawaii, dove ripeterà ancora una volta la sua storia. Wentzlaff è convinto che si tratti della sua ultima visita a Pearl Harbor, ma è qui che vuole essere sepolto. Ha chiesto che le sue ceneri siano sparse sulla postazione della contraerea dell’Arizona, che gli salvò la vita almeno una volta fa. 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *