La chiave di volta del blues

By Redazione

dicembre 6, 2011 Cultura

Robert Johnson, Muddy Waters, Link Wray e Jimi Hendrix. Ognuno di loro, tra gli altri, ha influenzato le sponde nere del Mississippi, così come ha illuminato con linfa musicale quella iridescente costellazione sonora chiamata blues. Robert Johnson ha praticamente inventato il genere, dettandone ritmi, tempi e tecnica chitarristica; Muddy Waters ha reinterpretato in chiave elettrica i suoni tradizionali del delta del Mississippi, quelli dal sapore di fango e cotone – spinto dalla casa discografica e dal successo di un certo Jimi Hendrix – con l’album “Electric Mud”; Link Wray, misconosciuto inventore della tecnica power chord che tanta influenza ha avuto nei suoi successori, è riuscito negli anni remoti dell’America del KKK a portare la “musica del diavolo” nelle case dei bianchi perbenisti scuotendone le fondamenta; è stato Jimi Hendrix a raggiungere la perfezione dell’hard blues al termine dei ’60s, anni di eccessi artistici e abusi lisergici: prima dando fuoco alla sua sei corde sul palco di Monterey e poi distorcendo l’inno americano davanti ai pacifisti di Woodstock. Oggi è nelle mani di band come i The Black Keys il destino ed il timone del blues internazionale, onere non da poco per un genere con il pedigree e milioni di fan nel mondo.

Passati gli anni di Son House, Big Bill Bronzee, Howlin’Wolf, Willie Dixon, B.B.King, e a seguito del definitivo sdoganamento del “black sound” – basti pensare al planetario successo di band bianche come Led Zeppelin e i Bluesbreakers di Mayall, Clapton e Green – il blues non ha probabilmente molto altro da dire, almeno a livello sociale, vista la ormai decennale e completa integrazione delle popolazioni nere negli Usa, processo nel quale il blues non è estraneo. Dan Auerbach e Patrick Carney non producono, dunque, nulla di capovolgente o di socialmente rilevante con questo “El Camino”. Ma questo disco è una produzione di livello altissimo e di qualità e ricerca sonora degna del termine “capolavoro”.

Nativi di Akron, in Ohio, amici fin dal liceo, Dan e Patrick misero in piedi la loro band nello scantinato della tranquilla dimora della famiglia Carney grazie alla pazienza del padre, giornalista, e dello zio Ralph Carney, sassofonista di Tom Waits. Dopo alcuni cambi di formazione e variazioni continue nel numero di componenti i The Black Keys assumono la definitiva forma di duo, comprendendo le potenzialità delle band a ranghi ristretti: poche orchestrazioni, attenzione relativa agli arrangiamenti, un sound genuino, diretto e roccioso per l’abbondanza di chitarre e per l’onnipresenza di una sezione ritmica fondata sulla sola batteria.

Ma del disinteresse per gli orpelli e le finezze i fan del duo di Akron si erano accorti già dalle prime comparsate radiofoniche e televisive del duo. Basti sentire alcuni estratti del loro esordio discografico “The Big Come Up” (2002), registrato amatorialmente nella cantina in cui i due ragazzi sono cresciuti: testi crudi, scarni, tipici del blues accompagnano una chitarra rauca ma asciutta e una sezione ritmica molto semplice e, quindi, efficace. La voce di Auerbach, americana fin nel midollo, è la vera grande protagonista dell’album, in piena tradizione hard rock e nel solco di gruppi blasonati come i Creedence Clearwater Revival. La vena roots blues si attenua con la seconda uscita “Thickfreakness” (2003): l’allontanamento dal filone del “Mississippi traditional sound” porta i The Black Keys ad avvicinarsi alle esperienza di Cream, Mountain e i già citati Creedence Clearwater Revival. Basta ascoltare “Set You Free”, primo singolo estratto, per avere la sensazione di essere di fronte ad una band in crescita artistica ma non ancora in piena maturazione. Il sound svagato e vagamente hippie del duo dell’Ohio è il perfetto contraltare di un altro duo che, nello stesso anno, esplode sulla scena: i White Stripes. Il dualismo è forte: gli chic e i ricercati con la power formation di Detroit, i barbuti e i “bluesy” con i musicisti di Akron. Le differenze si notano negli anni di MTV, oltre ad un sound che parte da matrici comuni per poi prendere derive differenti, dai video musicali: se le “chiavi nere” diffondono video in cui eseguono le loro canzoni on stage, i White Stripes curano ogni singolo dettaglio della loro immagine con video come “The Hardest Button to Button” e “I Just Don’t Know What To Do With Myself” in cui una sexy Kate Moss esegue una lap dance da lasciare le coronarie sul telecomando.

La sfida tra le due band è impari: i Black Keys continuano a produrre album veraci come “Rubber Factory” (2004) e “Magic Potion” (2006) senza però riuscire ad essere incisivi come nelle prime due uscite discografiche. Intendiamoci: lavori degni comunque di plauso ma con derive più spiccatamente pop-psichedeliche tanto da guadagnarsi la divisione del palco con artisti di primo livello come Pearl Jam, Radiohead e Beck. Ed inoltre alcuni contratti pubblicitari e numerosi passaggi televisivi. Ma non sempre l’esposizione mediatica è premio alla qualità musicale. Il seminato sembra non tanto essersi bruciato quindi, ma il raccolto non è ricco come le premesse potevano promettere.

Con “Attack & Release” (2008) i The Black Keys tornano sulla retta via: la loro esibizione del 17 aprile 2008 al David Letterman Show, palco già calcato anche in passato, con il brano “I Got Mine” è davvero super. L’energia del duo è incontenibile e l’interesse per la band, come per magia, torna ad essere viva e i seguaci nel giro di pochi mesi si moltiplicano in tutto il mondo. Soldi, successo, brani nuovi e vecchi che diventano colonne sonore. Contratti pubblicitari e progetti artistici personali che separano e riuniscono Auerbach e Carney di tanto in tanto. E’ figlio di questo periodo il progetto “Blakroc” (2009) in cui il blues incontra meraigliosamente l’hip hop di artisti del calibro di Mos Def e Raekwon. Sempre del 2009 lo splendido disco solista di Dan Auerbach “Keep It Hid” in cui si ha chiara la sensazione di essere dinanzi ad un compositore maturo e all’apice della propria espressività artistica.

Sulla scia dei vari progetti che coinvolgono i due, esce “Brothers” (2010), il loro passo verso l’affermazione definitiva a livello internazionale. Il sound è più complesso con l’aggiunta di un basso, una seconda chitarra e all’occorrenza anche un tappeto sonoro d’hammond, ma di girigogoli sonori nemmeno l’ombra.

Oggi “El Camino” può essere definito tranquillamente uno dei migliori album blues degli ultimi quarant’anni. Nel tempo i The Black Keys sono riusciti a costruire un suono riconoscibile e appassionante: i loro, da brani pulsanti di vita e ritmo, sono diventate appassionanti cavalcate garage blues tra gli MC5 e i Led Zeppelin di “Physical Graffiti”. Il singolo “Lonely Boy” è un perfetto riassunto della storia del genere: polvere, sudore e shake, tanto convulso shake sonoro. Le gambe si muovono, la testa comincia ad andare su e giù, l’alchimia del blues è rispettata, striata di venature rock’n roll. Da ascoltare anche lo straordinario garage di “Money Maker”, “Run Right Back” con la slide guitar in primissimo piano, “Sister” con il suo sincopato suono ’80s e la placida “Little Black Submarines”, evidente outtake dell’Auerbach solista.

Con questo album i The Black Keys si sono confermati la band più blues che calca il vasto pianeta dello showbiz. Ed “El Camino” risulta essere un’uscita imperdibile per ogni accorto ascoltatore di buona musica, qualunque essa sia.

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