Il ministro con l’accetta

By Redazione

dicembre 6, 2011 politica

Niente più pensione di anzianità dopo il 2018. Lo ha confermato ieri il ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Senza l’ombra di una lacrima o di un singhiozzo, il ministro ha illustrato in un’audizione alla Camera dei deputati i principali punti della riforma previdenziale. Si tratta di una «soluzione drastica», ha detto Fornero, ammettendo poi senza mezzi termini che sulle pensioni il governo ha lavorato «con l’accetta». Lo stesso ministro che qualche giorno fa non riusciva a pronunciare la parola “sacrifici” senza scoppiare in un pianto dirotto ora si destreggia con le metafore da taglialegna senza battere ciglio.

Ma ecco in breve che cosa cambia. A partire dal primo dell’anno venturo entrerà in vigore il sistema pensionistico contributivo, chiamato a soppiantare una volta per tutte il vecchio retributivo. L’ammontare della pensione sarà dunque proporzionale esclusivamente ai contributi versati durante il periodo lavorativo, senza più alcun aggancio alla cifra delle ultime retribuzioni percepite. L’età pensionabile delle donne verrà innalzata alla soglia dei 62 anni, mentre le autonome dovranno lavorare un anno e sei mesi di più. Poi, nel 2018, l’anno che vedrà cancellate le pensioni di anzianità, avverrà anche la definitiva equiparazione dell’età pensionabile maschile e femminile a quota 66 anni per i lavoratori dipendenti e 66 e sei mesi per gli autonomi. Lo chiede l’Europa, oltre che i conti pubblici. Ma su questo punto persino la Fornero è stata inflessibile: il ministro, che detiene anche il dicastero per le Pari Opportunità, ha dichiarato stamani che andare in pensione prima degli uomini rappresenta infatti «una compensazione che non risponde a criteri di equità». Inoltre, in questa prima fase transitoria, gli uomini con 42 anni di anzianità lavorativa potranno scegliere di andare in pensione anticipatamente, con una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo rispetto ai 62 anni stabiliti.

Salvifici o no, i colpi di accetta del ministro che vuole puntare alla flex security non piacciono per niente alla sinistra. Ieri l’Unità ha lanciato dalle sue pagine la campagna “Correggiamo insieme la manovra”, invitando i lettori ad avanzare le proprie proposte di adeguamento di un provvedimento con troppe lacrime e un bagno di sangue. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci è la cartina al tornasole dell’aria di profondo imbarazzo che si respira nel Partito democratico. Fino a ieri Monti e la sua squadra di tecnici erano per Bersani il toccasana per un’Italia ammalata di berlusconismo. Ora che Berlusconi non c’è più, e al suo posto è arrivata la manovra lacrime e sangue, diventa difficile continuare ad osannare l’operato di quel professore bocconiano intenzionato a sistemare i conti pubblici attingendo a piene mani dalle tasche delle famiglie e dei pensionati. I sindacati sono già sul piede di guerra. Le alleanze scricchiolano. Compresa quella con l’Idv: Di Pietro e i suoi, infatti, minacciano di passare all’opposizione.

Va un po’ meglio al Pdl, che attraverso l’avvallo della manovra può almeno continuare a costruire un tentativo di approccio con l’Udc. Il partito di punta del cosiddetto terzo polo è stato fin dall’inizio un fan sfegatato del governo Monti. E la gran parte degli attriti tra le due compagini, compreso quello sull’emorragia dei parlamentari Pdl durante le ultime battute del governo Berlusconi, hanno cominciato a smussarsi quando Alfano e i suoi avevano garantito la fiducia ai tecnici di Monti.

Certo, il ritorno dell’Ici è duro da digerire. Specie per chi aveva fatto della sua abolizione una vera e propria crociata. In più c’è l’aut aut della Lega, che davanti al decreto del governo tecnico ha confermato una volta di più di voler restare all’opposizione. Non solo: nei giorni scorsi Maroni aveva sottolineato chiaramente come un eventuale appoggio del Popolo della Libertà alla manovra lacrime e sangue avrebbe rappresentato la pietra tombale della liaison con il Carroccio. Ma in via dell’Umiltà potrebbero sempre decidere di preferire alla spada di Alberto da Giussano lo scudo (crociato) di Pierferdinando Casini. E bere l’amaro calice della manovra turandosi il naso per non avvertire l’acre odore di un’Ici di nuovo in auge.

l’Opinione.it

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