Una manovra difficile

By Redazione

dicembre 5, 2011 politica

Si fa presto a dire manovra. Il bello (o il brutto, a seconda del punto di osservazione) arriva soltanto adesso. Saranno lacrime e sangue, e già si sapeva. Ci ha pensato ieri il ministro Fornero a chiarire il concetto, piangendo in diretta tv. Per il sangue, invece, gli italiani dovranno solo attendere la prossima busta paga. La propria, ovviamente.

Il professor Monti e il suo esecutivo di tecnici eccellenti hanno finalmente fatto la loro mossa. Sul fronte previdenziale, scompare una volta per tutte il sistema retributivo. Per la pensione di anzianità ci vorranno 42 anni di contributi per gli uomini e 41 per le donne. La pensione di vecchiaia arriverà a 66 anni. Manca solo la tanto temuta patrimoniale: ne fa più o meno le veci un’imposta che ricorda tanto la Tassa di Lusso del Monopoli. Una mannaia calata su redditi e pensioni degli italiani, insomma, alleggerita qua e là da qualche provvedimento anti-casta e da trovate demagogiche come il superbollo per auto di lusso, natanti e aerei privati. Una manovra per la quale, forse, non ci sarebbe stato bisogno di tecnici eccellenti. E nemmeno di tecnici qualsiasi.

La palla passa ora alla politica. In primis, a Pd e Pdl, che su tagli e nuove tasse dovranno pronunciarsi con un voto in parlamento. Per i due partiti maggioritari, il duplice passaggio del decreto tra Camera e Senato sarà un esame di coscienza mica da ridere. Da un lato c’è infatti il rischio di fare la figura di quelli che con un veto hanno spinto l’Italia oltre il ciglio del default. Dall’altro, quello di scontentare i rispettivi elettorati, avallando senza discutere tutto quello che  negli ultimi tre anni hanno giurato e spergiurato di non fare.

Così, in questo goffo balletto sui carboni ardenti, sia il Partito Democratico che il Popolo della Libertà provano ad interpretare il ruolo dei semplici spettatori, ancorché votanti. Quelli che “la colpa delle misura è tutta di Monti, e se non ci fossimo stati noi a fare un briciolo di opposizione ragionata sarebbe potuta andare ancora peggio”.

Alfano, per indorare la pillola sul ritorno in gran pompa dell’Ici, si mette a fare l’aedo omerico, e racconta le epiche battaglie sostenute per evitare l’aumento dell’Irpef. Bella prova, non c’è che dire. Ma un sì del Pdl al ritorno dell’Ici, la stessa che Berlusconi aveva cancellato tra le ovazioni generali, come si spiega alla massaia di Voghera senza che questa sfoderi il mattarello? E poi c’è la Lega. Maroni è stato chiaro: se passa l’imposta, addio alleanza.

Chi sta peggio, però, è il Pd. Oltre a dover tener buoni elettori, alleati reali o potenziali, e correnti interne (le terze quasi più numerose dei primi), a largo del Nazareno non può muoversi foglia che il sindacato non voglia. E i sindacati, per parte loro, hanno già detto chiaro e tondo che non ci stanno. Camusso, Bonanni e Angeletti, per nulla inteneriti dai singhiozzi strazianti del ministro del lavoro, fanno a gara a chi utilizza le tinte più fosche per dipingere la manovra. Fra tutti, la spunta il segretario generale della Cgil, che targa il provvedimento del governo tecnico come «un durissimo colpo ai redditi dei pensionati», che «fa cassa sui poveri del nostro Paese». Addirittura la Fim, la sigla sindacale dei metalmeccanici Cisl, una delle meno oltranziste e barricadere, ha fatto sapere che è già pronta a scendere in piazza. Resta solo da definire una data. Bersani ha provato a salvare capra e cavoli, a modo suo: ce l’ha messa davvero tutta a far capire, senza mai dirlo apertamente, quanto i contenuti della manovra mettano in imbarazzo la compagine democratica.   

Senza contare che, proprio come i rivali di via dell’Umiltà, anche il Pd potrebbe veder radicalmente ridefinita la strategia delle alleanze nel caso decidesse di avallare la manovra montiana. E non si tratta solo dei tentativi di idillio con la sinistra radicale. Anche il rapporto con l’Italia dei Valori scricchiola. In questi giorni di consultazioni serrate, l’Idv si è tenuta prudentemente in disparte, in attesa di dire la propria in aula. Ci sono però pochi dubbi su quale sarà la risposta. E a Bersani potrebbe piacere ancora meno della manovra.  

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