Lacrime e sangue al microscopio

By Redazione

dicembre 5, 2011 politica

Abemus manovram! Abbiamo assistito alla conferenza stampa del Governo nel corso della quale il Presidente del Consiglio Monti e i più importanti ministri hanno illustrato i tratti essenziali della manovra economica. Non avendo la stesura definitiva del testo, per un primo giudizio ci si deve attenere alle dichiarazioni esternate nella conferenza stampa e da quel che è emerso nel dibattito parlamentare di ieri. Gli interventi, che in linea di massima sono stati adottati per far fronte al pericolo di default dello stato italiano, riguardano principalmente tre settori cruciali e strategici sotto il profilo delle entrate. In primo luogo, il sistema previdenziale, in secondo, il gettito tributario e, in terzo, la riduzione di costi della politica locale.

Il primo settore, ossia il sistema pensionistico, è stato oggetto, in base alle linee fornite dal ministro Fornero, a rilevanti modifiche considerate dalla stessa strutturali. Il primo intervento concerne la progressiva parificazione dell’età pensionabile delle donne da 62 a 66 nell’arco di un decennio con quella degli uomini, secondo anche quanto già precisato dalla manovra estiva varata a luglio con la legge n. 111/2011. Il secondo punto è di fissare un’età minima di pensionamento di 67 anni per gli uomini e ridurre i “bizantinismi”, questo è il termine adottato dal ministro Fornero, per il sistema delle finestre scorrevoli. Dunque, un sistema quello dell’età pensionabile uniforme e più semplice.

Il secondo intervento, invece, attiene alla flessibilità del pensionamento che si traduce nell’incentivazione previdenziale per coloro che prolungano l’età lavorativa oltre i 67 per gli uomini e 62 per le donne. Il terzo riguarda la conservazione del sistema contributivo (si calcola con i versamenti effettuati mensilmente dal lavoratore nel periodo lavorativo) e l’eliminazione progressiva del retributivo (si calcola sull’ultima retribuzione), già ridotto con la riforma Dini del 1995.

L’ultimo ed importante intervento annunciato dal ministro del Lavoro concerne l’aumento delle aliquote previdenziali che, progressivamente (manca l’arco temporale non fornito dalla Fornero), raggiungeranno quelle dei lavoratori dipendenti pubblici e privati pari al 33%. In queste categorie sono ricompresi gli aumenti delle aliquote degli artigiani, coltivatori diretti, commercianti e, presuntivamente, anche dei titolari di contratti di lavoro parasubordinato ed autonomi atipici.

Per quanto riguarda, invece, le misure rientranti nella seconda categoria, ossia entrate tributarie, è necessario un approfondimento.

S’introduce un prelievo di 1,5%, nella veste di bollo, per conti correnti e strumenti finanziari e 1,5% per i capitali rientrati nello scudo fiscale. Altro intervento corposo è l’imposizione sul prima casa (Ici) con detrazione dei primi 200 euro dall’imposta Irpef. Aumenta, invece, l’addizionale Irpef regionale. Non solo. Si applicherà anche una maggiore imposta per beni di lusso come automobili, barche oltre i 10 metri e aerei privati. L’ultimo incremento fiscale previsto dal decreto “salva stato” attiene all’imposta sul valore aggiunto ordinaria che nel secondo semestre del 2012 dovrà aumentare di due punti percentuali.

Si riporta, inoltre, la riduzione dell’Irap (per giovani e donne) e l’incentivo a reinvestire gli utili nell’impresa, già previsto con la manovra del 2008/2009 introdotta dal governo Berlusconi.

In tema sempre di maggiori entrate (terzo punto) si registra un restauro delle province che non vedranno più, già dal prossimo mandato, le giunte provinciali e vedranno la riduzione dei medesimi consigli.

Questi, in sintesi, sono i tratti essenziali della manovra Monti “Salva Italia”. I numerosi interventi contenuti nel decreto richiedono alcune riflessioni. La prima riguarda il sistema previdenziale.

In effetti, le modifiche apportate dal governo Monti, unificando il sistema e aumentando le aliquote, generano due gravi problemi: un drastico aumento del costo del lavoro l’allungamento dell’età pensionabile.

Il costo del lavoro rappresenta uno dei principali ostacoli alla ripresa economica e alla concorrenza nel mercato del lavoro internazionale. Il costo, in Italia, rappresenta, a parità di servizi forniti da altri stati, uno dei più alti d’Europa sproporzionato rispetto alle remunerazioni. Il secondo problema concerne le aliquote dei commercianti, degli autonomi sprovvisti di una cassa previdenziale di riferimento e lavoratori parasubordinati. Queste figure lavorative vedono ridotto il proprio salario già di per sé esiguo con tali aliquote. Diventa ancora più difficile il percorso dei lavoratori precari nel mercato del lavoro.

Il sistema previdenziale di per sé rappresenta un costo sociale garantito dalla Costituzione per tutelare i soggetti che decidono di cessare la propria attività lavorativa. La manovra, così come concepita, ha la pretesa di ridurre tale costo sociale per ripianare il debito pubblico. Non è una generalizzazione degli interventi del governo Monti, ma appaiono ragionevoli le obiezioni dei sindacati sul punto. Non si può far cassa con i tagli previsti dal presente decreto in ambito previdenziale.

Lo stesso si può dire, in base a quanto è emerso nella conferenza stampa, per le misure adottate in materia fiscale. L’imposta sui risparmi, presenti nei conti correnti bancari, riduce le ricchezze del cittadino che possiede somme molto basse e favorisce il soggetto che possiede maggiori somme. Tale intervento ha un effetto discorsivo sul risparmio e riduce la disponibilità di reddito della fascia medio-bassa dei contribuenti. A ciò si aggiunge l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto di 2 punti che ridurrà i consumi e comporterà l’aumento dei prezzi dei beni più in uso. Le misure fiscali prese in considerazione più che affrontare la crisi importano una progressiva depressione nel mercato nello Stato italiano.

Il pacchetto di misure urgenti del governo Monti non contiene, a una prima analisi, importanti riduzioni dei costi dell’amministrazione pubblica. Non è sufficiente il passo effettuato in tema di province. Ancora una volta si nota una miopia sulle vere criticità del sistema pubblico. Andrebbero capillarmente riviste le singole voci di spesa di bilancio. Ciò comporterebbe un grande sacrificio per i politici ma grandi risultati che non toccano le tasche dei cittadini.

La lunga lista di cosa occorrerebbe fare: la riduzione, annunciata ma ancora da attuare, delle indennità parlamentari e dei relativi benefits. L’abolizione del vitalizio dei parlamentari e dei consiglieri regionali che ancora non sono stati intaccati dalla manovra adottata da Monti. 10 miliardi di euro. L’abolizione delle province con modifica costituzionale. La riduzione dei costi delle medesime, con il presente decreto, induce a pensare che non verranno abolite nel breve periodo. L’abolizione delle stesse comporterebbe una riduzione di circa 30 miliardi all’anno dei costi. La riduzione dei costi dei vertici delle autorità amministrative indipendenti. Il taglio degli stipendi e dei benefits dei dirigenti della pubblica amministrazione del 20 per cento. L’informatizzazione dei servizi pubblici con abbattimento dei costi sulla cancelleria e sui tempi di concessione dei servizi ai privati e alle imprese. Informatizzazione dell’intero sistema processuale. L’introduzione di un organo di controllo di gestione degli enti pubblici dipendenti, autonomi, economici e maggiori poteri della Corte dei Conti in tema di danno erariale. Il censimento  e la dismissione del patrimonio immobiliare dello stato e degli enti pubblici locali al fine di ottenere una ingente liquidità di cassa nel breve periodo pari a circa 100 miliardi di euro. Dotarsi ditrumenti seri per contrastare la lotta all’evasione e l’elusione fiscale ancora troppo deboli per la ricerca del reddito sommerso. Abolire tout court degli ordini professionali per liberalizzare i servizi.

Si attendeva maggiore responsabilità da parte del governo Monti e da parte dei partiti che hanno sostenuto tali misure urgenti. Si tratta di una responsabilità di gettare il cemento per solide basi, non traballanti e provvisorie, ma strutturali e durature per cambiare davvero l’impostazione dello stato e il suo vero scopo, cioè quello di sostenere il cittadino.

Una miopia che, evidentemente, costringerà il governo Monti ad altre e più draconiane manovre che deprimeranno la ripresa e la crescita, costringendo le imprese, realtà vive e decisive, a migrare per altri lidi o a chiudere per eccessiva pressione fiscale e previdenziale. La crisi economica imperante, di portata mondiale, ha  evidenziato i più grandi difetti dello stato italiano, costoso e poco vicino alle esigenze del cittadino, destinatario delle risorse dei servizi. Tale circostanza, a mio avviso, rappresenta un’irripetibile occasione per cambiare il sistema e renderlo più vicino agli italiani. Con la riduzione dei costi, infatti, si ha la possibilità di investire e favorire le realtà dinamiche presenti nel nostro Stato. Ciò, tuttavia, richiede autorevolezza e realismo politico da parte di chi governa.

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