Via da Teheran

By Redazione

dicembre 2, 2011 Esteri

Anche l’Italia compie un gesto di estrema importanza per porre maggior pressione sull’Iran. Dopo l’assalto alla sede diplomatica britannica a Teheran (il più grave dopo il fatale attacco del 4 novembre 1979 ai danni dei diplomatici statunitensi), la Farnesina ha deciso di seguire l’esempio della Norvegia e della stessa Gran Bretagna chiudendo la propria ambasciata nella capitale della Repubblica islamica e richiamando in patria il nostro ambasciatore.

Un gesto di responsabilità politica e di solidarietà occidentale, quello compiuto dal neo ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, che colloca l’Italia in una posizione di fermezza internazionale al fianco dei paesi occidentali. Un’iniziativa forte che dimostra la volontà di Terzi di muoversi secondo logiche puramente diplomatiche,  mettendo in secondo piano quelli che potrebbero essere gli interessi economici del paese. Il ministero degli Esteri, infatti, non prese una decisione così drastica nei confronti dell’Iran neppure un anno fa, quando fu la sede diplomatica italiana ad essere oggetto di un duro attacco da parte dei Pasdaran. In quel caso Roma preferì salvaguardare i propri interessi economici piuttosto che rompere con Teheran.

L’attuale numero uno della Farnesina, invece, non ci ha pensato su due volte e si è affrettato da richiamare in patria l’ambasciatore Alberto Bradanini, con il quale ha in programma una consultazione nelle prossime ore. Al contempo Terzi ha fatto sapere che nei prossimi giorni convocherà l’ambasciatore iraniano a Roma dichiarando che tale iniziativa è volta a “chiedere spiegazioni e avere garanzie su cosa prevedono le autorità di Teheran per il futuro della sicurezza del corpo diplomatico”.

L’iniziativa di Terzi è stata seguita anche da Francia e Germania che, nel corso del meeting dei ministri degli esteri europei a Bruxelles, hanno reso noto di aver in programma di richiamare i rispettivi ambasciatori. Ma si è anche discusso delle nuove misure sanzionatorie da adottare nei confronti dell’Iran. A quanto pare i rappresentanti dei 27 hanno rotto gli ultimi indugi e sembrano intenzionati ad imporre un embargo totale sulle esportazioni di petrolio iraniano. Un atto dovuto, per quanto estremamente rischioso da un punto di vista economico, soprattutto se si considerano le note difficoltà in cui si trova l’U e l’invitabile aumento dei prezzi del greggio che tale iniziativa comporterà.

Ma se da un lato l’Ue sembra avere ben chiaro come agire per stritolare il regime degli Ayatollah, dall’altra gli Usa e soprattutto l’Onu stanno attraversando una fase di immobilismo. Se infatti sia gli Stati Uniti che le Nazioni Unite hanno condannato con fermezza l’irruzione dei giovani iraniani nell’ambasciata britannica (mandando su tutte le furie il Presidente del Parlamento iraniano Ali Larijiani), non sono però state ancora decise le contromosse. Gli Usa sembrano infatti troppo concentrati sugli avvenimenti siriani (forse perché ritengono che un cambio di regime a Damasco potrebbe contribuire ad indebolire sensibilmente Teheran), mentre l’Onu continua ad essere tenuta sotto scacco dalla posizione “filo-iraniana” di Russia e Cina. Soprattutto Pechino, il principale acquirente di petrolio iraniano, ha chiesto di agire con prudenza nei confronti di Teheran ribadendo ancora una volta di essere contraria ad ulteriori sanzioni all’Iran.

L’irruzione dei giovani studenti filo-governativi nell’ambasciata britannica a Teheran hanno dunque contribuito ad irrigidire ulteriormente i rapporti tra Iran ed Occidente ma solo un’azione coordinata internazionalmente potrà permettere all’Occidente di far abbassare la cresta ad Ahmadinejad. Al momento, infatti, il regime degli Ayatollah pare solido e la scomparsa della cosiddetta “onda-verde” (sbaragliata sul nascere dalle forze di sicurezza del paese) fa temere che non esista neppure un’opposizione interna in grado di spingere per un’inversione di marcia da parte del governo. Addirittura, nelle ultime ore, i leader religiosi iraniani sono andati al contrattacco, giungendo addirittura a minacciare l’Ue per l’iniziativa che si appresta ad ufficializzare. Nel corso della consueta preghiera del venerdì, l’Ayatollah Ahmad Khatami ha invitato i 27 a non affiancarsi alla Gran Bretagna per non patire conseguenze peggiori. Parole che hanno innescato una manifestazione all’interno dell’Università di Teheran dove alcuni studenti, bruciando la Union Jack, urlavano “morte alla Gran Bretagna”.

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