Non è un sindacato per giovani

By Redazione

dicembre 2, 2011 politica

La Cgil non è solo “datata” negli slogan e nelle battaglie sindacali. E’ anziana addirittura nelle quote degli iscritti. Lo dimostrano i dati del tesseramento 2010. Un successo, se si guarda l’aspetto dei numeri. Ma anche uno spaccato molto interessante di quale sia in Italia la considerazione reciproca tra mondo sindacale e giovani lavoratori.

Diamo un po’ i numeri. L’anno scorso gli iscritti alla Cgil hanno sfiorato quota di 6 milioni, per un totale di 5.748.269 tessere emesse. La conferma di come il sindacato di Corso d’Italia sia ancora di gran lunga quello con maggior numero di aderenti, seguito a distanza dalla Cisl, con 4.542.354 tessere, e dalla Uil, con 2.184.911 iscritti. Se però si comincia a fare le pulci alle cifre e alle percentuali, ecco che spuntano le sorprese.

Dei 5 milioni 700mila tesserati alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro, infatti, i lavoratori attivi sono poco più di due milioni e mezzo. Tutti gli altri, come spiegano dagli uffici del nazionale, sono pensionati e disoccupati. Molto di più i primi che i secondi, a dire il vero. Già, perché gli iscritti allo Spi, il Sindacato Pensionati Italiani della Cgil, sono esattamente 2.832.217. La metà esatta (o quasi) del totale di iscritti al sindacato. Ma non solo. Gli stessi dati del tesseramento 2010 riportano come il numero di Under 35 iscritti al sindacato si fermi ad appena il 22,51%. Una percentuale calcolata a campione, come spiegano sul sito ufficiale della Cgil, ma che comunque rende l’idea di quale sia il peso effettivo dei giovani all’interno del sindacato confederale maggioritario. Un altro dato eloquente riguarda poi il tesseramento all’interno del NIdiL, la sigla dei lavoratori atipici, sempre della Cgil. Una categoria che raccoglie soprattutto i precari, quasi tutti giovanissimi.  Qui i tesserati sono appena 53mila. Meno dell’1% del totale. I dati non mentono: non è un sindacato per giovani.

Il fatto di aver indossato un berrettino da baseball al contrario (già passato di moda dai tempi in cui Jovanotti ha cominciato a farsi chiamare soltanto Lorenzo) non è servito a Susanna Camusso per ingraziarsi la gioventù lavoratrice. Il sentimento, però, è reciproco: se la montagna non va a Maometto, ovvero se i giovani non si tesserano più ai sindacati, non è che Maometto abbia poi tanto slancio nell’andare alla montagna. In queste ultime settimane, infatti, sono stati quasi esclusivamente i sindacati (se si escludono i proclami della Lega Nord) a schierarsi apertamente contro qualunque ipotesi di riforma delle pensioni. Anche quelle volte a riequilibrare i diritti tra le generazioni passate, quelle delle baby-pensioni, delle pensioni d’oro, delle pensioni multiple e dei privilegi trasformati in diritti acquisiti, e l’attuale. Ovvero la generazione di chi, probabilmente, in pensione ci andrà soltanto oltre la soglia dei settant’anni. Con mensilità da fame.

Un ultimo dato curioso: sempre nel 2010, la prima categoria per numero di iscritti alla Cgil, con 409.389 tessere, era proprio quella dei dipendenti pubblici. Gli “intoccabili” sic et simpliciter, quelli del posto fisso inossidabile e della pensione ipergarantita in saecula saeculorum. Numeri che aiutano a spiegare l’atteggiamento generale: in fin dei conti, per quale ragione un sindacato dovrebbe difendere i diritti di chi lo ignora, a scapito di chi rappresenta invece la sua fonte primaria di consensi?

Aveva ragione la Pina, celebre rapper milanese diventata poi voce pomeridiana di Radio Dee-Jay, che qualche anno fa cantava scherzosamente: «Il futuro è l’anziano». Dev’essere proprio così, perché Camusso sembra averla presa molto sul serio.

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