Venti di guerra in Persia

By Redazione

dicembre 1, 2011 Esteri

L’Iran è sempre più nell’occhio del ciclone. Ad aggravare la posizione della Repubblica Islamica è stato l’attacco di martedì alla sede diplomatica britannica a Teheran. Il Segretario agli Esteri di Sua Maestà William Hague ha infatti reso noto che Londra farà il possibile per incrementare le sanzioni internazionali al regime degli Ayatollah annunciando, inoltre, che la sede diplomatica britannica a Teheran sarà chiusa e che i rappresentanti iraniani a Londra dovranno lasciare il paese entro le prossime 48 ore.

Una presa di posizione dura, quella del Foreign Office, ma che è assolutamente comprensibile soprattutto se si considera che Londra avrebbe le prove che l’attacco alla propria sede diplomatica sarebbe stato appoggiato (se non addirittura orchestrato) dallo stesso regime iraniano aggravando ulteriormente la posizione di Ahmadinejad e compagni.

Sembra dunque che i venti di guerra stiano cominciando a soffiare in Persia e non solo a causa della presa di posizione di Tehran sul proprio controverso programma nucleare, ma anche per le neppur troppo velate iniziative del regime. L’Iran sta infatti continuando ad aggravare la propria posizione di isolamento internazionale e non solo in Occidente. Solo poche settimane fa, infatti, gli Usa erano riusciti a sventare un attentato che poteva costare la vita all’ambasciatore saudita a Washington, incrinando ulteriormente i già tesi rapporti tra Teheran e Riyadh, senza contare i numerosi proclami lanciati da Ahmadinejad in chiave anti-israeliana, che hanno fatto temere a lungo una possibile offensiva dei cacciabombardieri di Gerusalemme in Iran.

Ipotesi, quest’ultima, presto smentita dai diretti interessati. Proprio a tal proposito è infatti tornato a parlare il Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak il quale, nel corso di un’intervista rilasciato ad un emittente radio, ha ribadito che Israele “per il momento non è intenzionato ad agire militarmente contro l’Iran” non escludendo però a priori una futura iniziativa di tal genere. Barak ha infatti sottolineato che “la paura non paralizzerà lo stato di Israele” aggiungendo che a suo avviso “è necessario agire in silenzio e con calma” in quanto in questo momento “una guerra di vaste proporzioni sarebbe inopportuna”.

Le dichiarazioni del ministro della Difesa giungono poco più di 24 ore dopo la divulgazione delle affermazioni rese dal responsabile del Joint Chiefs of Staff (Capo di Stato Maggiore della Difesa) americano Martin Dempsey il quale ha ribadito che gli USA non sanno se Gerusalemme avvertirà Washington prima di agire contro l’Iran sottolineando, inoltre, il diverso punto di vista espresso dai due paesi per gestire al meglio la crisi iraniana ed il programma nucleare degli Ayatollah, visto dallo stato ebraico come una minaccia concreta.

Dopotutto nessuno crede più alle favole che Teheran continua a raccontare secondo cui il proprio programma nucleare abbia solo fini civili. L’ennesima conferma è giunta dagli ispettori dell’AIEA i quali, basandosi su rapporti d’intelligence, hanno ribadito che il mese scorso l’Iran stava lavorando alla creazione di un ordigno atomico e niente lascia pensare che Teheran non stia proseguendo segretamente per raggiungere questo suo obbiettivo.

Lo stesso numero uno della difesa israeliana lo chiarisce, confermando che “Israele sarebbe lieto se le sanzioni internazionali e la diplomazia potessero spingere il governo iraniano ad abbandonare il proprio programma nucleare militare, ma ciò non (credo) avverrà”. A conclusione della sua intervista Barak, al quale è stato chiesto un parere sulle dichiarazioni del Generale Dempsey, ha confermato il grande rispetto del proprio paese per gli USA (con i quali intercorre un continuo dialogo basato su una solida alleanza) sottolineando, però, che “Israele è uno stato sovrano e la sicurezza del paese è responsabilità esclusiva del proprio governo e del proprio apparato militare” sollevando di fatto da ogni responsabilità gli Stati Uniti da un’eventuale iniziativa militare di Gerusalemme in Iran.

Considerando la pessima reputazione di cui gode il regime degli Ayatollah, nonché le drammatiche scelte che l’hanno condotto ad un isolamento internazionale senza precedenti, la possibilità di un conflitto armato in Persia non appare poi così remota. Ma il tempo è tiranno e qualora la comunità internazionale farebbe bene ad intervenire al più presto. 

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