Game over per Iraqi Freedom

By Redazione

novembre 30, 2011 Esteri

Mancano ormai poche settimane al ritiro del contingente americano dall’Iraq e si iniziano già a tessere i nuovi rapporti tra Washington e Baghdad. È quanto emerso nella giornata di mercoledì nel corso di un incontro tra il Vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ed il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki.

Il meeting, il primo di una serie di incontri che impegnerà il vicepresidente Usa nei prossimi giorni che lo porteranno ad incontrare tra gli altri anche il Presidente Jalal Talabani ed il portavoce del Parlamento iracheno Osama al-Nujaifi, è parte della strategia della Casa Bianca per tentare di cementare le relazioni tra i due paesi all’indomani delle dichiarazioni del Presidente americano Obama. Il quale ha confermato il ritiro totale delle truppe entro il 31 dicembre prossimo. È infatti definitivamente fallito il tentativo di permettere ad un piccolo contingente americano di rimanere nel paese oltre la scadenza pattuita, costringendo Washington a ritirare gli ultimi 13.000 uomini ancora impegnati in Iraq.

Biden, che è al suo ottavo viaggio in Iraq da quando è alla Casa Bianca e il cui nuovo slancio di attivismo sembra finalizzato a non vedersi sfilare tale ruolo dall’attuale Segretario di Stato Hillary Clinton, in pole per quella poltrona nel caso di un secondo mandato di Obama, ha dichiarato alla stampa prima di incontrarsi con al-Maliki che “entro un mese le truppe lasceranno l’Iraq e la partnership strategica tra i due paesi dovrà continuare”. Aggiungendo che “si sta lavorando ad un cammino comune che segni l’inizio di un nuovo rapporto del quale beneficeranno non solo gli USA e l’Iraq ma anche l’intera regione”.

Il premier al-Maliki, inoltre, continua a sperare di convincere gli Stati Uniti, nonché l’ala più intransigente del parlamento iracheno, a permettere agli americani di lasciare sul territorio parte del personale militare per permettere l’addestramento dell’esercito locale. L’iniziativa del Primo ministro va avanti ormai da diversi mesi, ma si è arenata soprattutto a causa della pressione proveniente dalla corrente fedele all’anti-americano Moqtada al-Sadr, continua a minacciare attentati nel caso in cui rimanga sul territorio iracheno anche un solo soldato americano.

Nonostante i proclami della guida spirituale sciita, però, Baghdad continuerà ad essere la sede della più imponente ambasciata americana del mondo, nella quale lavoreranno almeno 16.000 statunitensi. E anche l’impegno economico di Washington nel paese continuerà ad essere significativo. Come confermato dall’ambasciatore americano in Iraq James Jeffery, che ha affermato che la Casa Bianca prevede un budget di 6,5 miliardi di dollari da investire nel paese in iniziative legate alla sicurezza e non solo.

Ma la situazione in Iraq continua ad apparire critica. Nelle ultime settimane vi è stata una recrudescenza di attentati, che sono costati la vita ad almeno 61 persone andando ad aggravare il già pesante bilancio delle vittime civili dall’inizio del conflitto (oltre 100 mila, secondo l’Iraq Body Count). A questo va aggiunto il delicato equilibrio politico che si è instaurato nel paese. Nuri al-Maliki, infatti, nonostante stia cercando di creare rapporti solidi con l’Occidente, è riuscito a costruire il proprio governo solo grazie all’appoggio di Moqtada al-Sadr. Che dal canto suo è mosso da un feroce odio proprio nei confronti degli Usa e dei suoi alleati. Il premier iracheno, dunque, si trova nella scomoda posizione di dover mantenere intatto tale delicato equilibrio senza però perdere l’occasione di rimanere ancorato a Washington.

Un compito tutt’altro che semplice considerando che al-Sadr ha ricominciato ad alzare la voce in chiave anti-americana, tanto che i suoi seguaci, all’arrivo di Biden in Iraq, hanno manifestato a Bassora e Baghdad urlando slogan del tipo “Biden fuori dall’Iraq” e “No all’America”, a conferma di come il leader sciita stia cercando in tutti i modi di far saltare l’accordo tra i due paesi.

Le preoccupazioni riguardano inoltre quello che potrà succedere all’indomani del ritiro totale del contingente americano. Secondo alcuni analisti il rischio più concreto è quello che i vari gruppi di insorti attivi nel paese possano sfruttare il periodo di transizione che seguirà il ritiro per aumentare gli attacchi alle istituzioni irachene destabilizzando il paese per riconquistare la propria posizione.

L’Operazione “Iraqi Freedom” iniziata nel 2003, è dunque ormai giunta ai titoli di coda, lasciandosi alle spalle circa 4.400 soldati americani morti sul campo di battaglia. Ma non è forse riuscita ad ottenere i risultati sperati all’inizio. Gli Stati Uniti e i suoi alleati sono riusciti a regalare all’Iraq un barlume di democrazia facendo crollare il regime di Saddam Hussein, ma non ce l’hanno fatta a consentire la nascita di uno stato solido in Mesopotamia. La missione (lo si sapeva dall’inizio) era estremamente ardua considerando la frammentazione interna alla società irachena. Sono infatti troppe le conflittualità interne al paese che vede contrapposti interessi religiosi e tribali oltre che economici, aspetto che non consente la nascita di quello spirito di appartenenza fondamentale perché un paese sia realmente “unito”. Da qui anche le recenti spinte indipendentiste di alcune regioni del paese.

L’Iraq è dunque avvolto da una profonda incertezza che non permette di prevedere quali saranno gli scenari futuri. Il Premier al-Maliki ha cercato di rassicurare Washington affermando che “le forze di sicurezza riusciranno ad assicurare la protezione e la salvaguardia del Paese sconfiggendo tutte le minacce, interne ed esterne”. Ma probabilmente, in fondo, non ne è convinto neppure lui.

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